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Un personaggio come Donald Trump suscita indignazione e sgomento in tutte le persone perbene. Vanno tuttavia comprese le ragioni del suo successo. Che non riguardano, se non marginalmente, la sua squallida retorica anti-immigrazione, sulla quale insistono molto i media; ma hanno a che fare principalmente con l’economia.  Trump – distaccandosi dal liberismo estremo che connota il suo partito – è infatti un feroce critico della globalizzazione e dell’élite politica e finanziaria che l’ha sostenuta e realizzata (tra cui spicca il marito della Signora Clinton).

La maggior parte dell’elettorato di Trump è formata dalla white working class concentrata soprattutto nel Midwest, l’area che include stati come Ohio, Indiana e Michigan; dove la popolazione bianca è superiore all’80% e gli immigrati ispanici, arabi e asiatici (bersagli delle invettive xenofobe del candidato repubblicano) sono relativamente poco numerosi. Queste zone hanno subìto negli ultimi trent’anni anni una drammatica deindustrializzazione, le cui cause sono di vario tipo. Una è certamente la contrazione, in termine di valore aggiunto e di addetti, della manifattura e la crescita dei servizi, propiziata da progresso tecnico e innalzamento del tenore di vita dei consumatori. Ma un ruolo fondamentale è stato giocato dalla globalizzazione di merci e capitali, inaugurata nel 1994 dal trattato di libero scambio tra Usa, Messico e Canada (NAFTA), e proseguita nel 2001 con l’ingresso della Cina nell’organizzazione mondiale del commercio (WTO). Uno tsunami, questo, che si è abbattuto sulla manifattura made in USA. Interi comparti (siderurgico, abbigliamento, tessile, cantieristica navale, elettronica, componentistica per auto) hanno chiuso i battenti e sono stati delocalizzati in Messico e in Cina, sfruttando i minori oneri fiscali e salariali.  Circa 6 milioni di posti di lavoro stabili, sindacalizzati e ben retribuiti nella manifattura sono scomparsi, per essere rimpiazzati da lavori precari nel terziario (specie nel retail, nella ristorazione e negli alberghi). Anche per effetto della crisi finanziaria del 2008, il potere di acquisto della classe media americana è così tornato ai livelli del 1979; tutto questo mentre l’ 1% più ricco della popolazione si accaparrava il 50% della ricchezza e il 25% del reddito totali. Consapevole di tali dinamiche, Trump non ha esitato a rompere con il neoliberismo repubblicano e si è schierato contro i trattati commerciali  “distruttori di lavoro” come NAFTA, TTIP e TPP. Inoltre è deciso a rinegoziare gli accordi con la Cina su basi più eque, superando l’approccio neoliberista del WTO e arrivando a minacciare un dazio del 45% su tutte le merci importate dall’Asia. Ha promesso di porre fine alle esenzioni sui profitti che le multinazionali americane conseguono all’estero. Pur essendo a favore di una riduzione delle tasse per la maggior parte della popolazione, si è detto disposto a far pagare di più i ricchi ( specie quelli di Wall Street) e – anche qui smarcandosi dall’ortodossia repubblicana – si è detto contrario a smantellare la rete di protezione sociale di base per i più poveri e gli anziani.

Paradossalmente, su questi temi[1], Donald Trump è più a sinistra della signora Clinton, che negli anni Novanta sosteneva attivamente il marito nella corsa alla deregulation del commercio internazionale e della finanza.  Anche l’attuale contrarietà della Clinton al trattato commerciale con l’Europa (TTIP) appare come un’astuta mossa elettorale, dal momento che fu proprio lei, da Segretario di Stato di Obama, a promuoverne il negoziato con la Commissione Europea.  I legami della Clinton con l’establishment della finanza e delle grandi corporation (principali finanziatori della sua campagna elettorale) sono stati criticati anche dal suo principale sfidante alle primarie, quel Bernie Sanders espressione di una “sinistra sociale“che riesce finalmente a saldare gli interessi e i valori della classi popolari con quelli dei giovani. Sanders non ha però  ottenuto abbastanza consensi nelle comunità afroamericane e ha scontato l’opposizione del vertice del suo Partito, che non gli ha perdonato la sua posizione di outsider, per di più sedicente socialista.

In definitiva, pur rimanendo negativo il giudizio sui toni sprezzanti e insultanti che caratterizzano il personaggio, è indubbio che Donald Trump colga nel segno quando dice di voler correggere gli effetti della globalizzazione selvaggia su redditi e opportunità della classe media. Le misure da lui proposte appaiono troppo rozze e semplicistiche, ma vanno comunque discusse nel merito. Quello che però emerge da questa campagna elettorale è il riposizionamento degli schieramenti politici sulle questioni più importanti: interventisti in politica esteri e liberisti in economia i democratici, isolazionisti in politica estera e contro la globalizzazione selvaggia i repubblicani.  Le posizioni tradizionali vengono mantenute solo su temi quali aborto, diritti gay, immigrazione. Come suggerisce un bel libro di recente pubblicazione, la dialettica destra/sinistra non è più la chiave di lettura giusta per capire la politica americana ( e non solo). Lo è invece – piaccio o no –  quella tra popolo contro establishment.

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Francesco Paolo Cazzorla

NOTE:

[1] Oltre che sull’economia, Trump scavalca a sinistra la Clinton anche in politica estera. Il repubblicano – dopo aver bollato come fallimentari le guerre in Iraq, Afghanistan, Libia –  è contrario a nuovi interventi militari statunitensi, specie in Medio Oriente, vuole dialogare con la Russia di Putin in funzione anti-terrorismo e si spinge anche a definire la NATO “obsoleta”. La signora Clinton difende invece l’intervento in Libia del 2011 e vorrebbe un approccio più muscolare degli States in Siria e in Ucraina contro Putin.

 

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