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Volto, Esistenze, Mondi

Pubblicato: maggio 5, 2017 da Filippo Gibiino in Uncategorized
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Caravaggio – Giuditta e Oloferne, particolare

Il Volto. Quale tema desueto, forse apparentemente banale, è questo che si sta assemblando sotto il delicato pigiare dei tasti e della ancor più tenue e fragile coscienza umana. Come febbrile e surreale suggestione esso, in ogni dove e momento, suscita uno stupore difficilmente comprensibile: meraviglia e turbamento, ineffabile manifestazione dell’esistenza che racchiude in sé il mistero e la vertigine di ciò che è Altro, diverso, ignoto.

Il Volto è una presenza viva, espressione di un qualcosa che par essere inammissibile e vertiginoso. Esso cedendo spazio all’innamoramento, espressione quasi misterica del pathos, dona forma all’esistenza umana ed assume su di sé i caratteri di presenza immediata (a-priori), sfuggendo dal rapido susseguirsi di sentimenti e affetti. Il Volto dell’altro è lì, per ognuno, oltre ogni contratto e rimodellamento, capace di superare le innumerevoli determinazioni che spesso, il mondo gli imprime cosificandolo.

Come nella clinica, così in tutte le scienze dello spirito e – non di meno – nella plasticità del quotidiano esperire, il Volto è incarnazione di una presenza inattesa che non è svelamento ma rivelazione, capace di abilitare il manifestarsi dell’altro-da-sé oltre la forma che questi assume. Questa parafrasi compiuta a calco sul pensiero di Lévinas suggerisce l’esistenza di una rivendicazione di uno Spazio ed un Tempo da parte dell’altro, un intreccio inestricabile in cui esso è originariamente collocato. Ciò lo si può rendere tangibile con un’immagine: dal momento in cui nella stanza entra un Altro, avviene una ‘perturbazione’ dell’atmosfera fenomenica e gli oggetti appaiono gettati sullo sfondo, rispetto all’individuo che si pone in rilievo nell’esperienza. E come un corpo avente massa nello spazio interstellare – secondo quanto afferma la Teoria della Relatività Generale – è capace di creare un’illusione ottica che induce a far credere che la posizione delle Stelle dietro di esso, per chi osserva dalla Terra, sia spostata di poco quando la loro luce passa in sua prossimità, così l’Altro condensa attorno a sé una sorta di ‘gravità esistenziale’ che curva lo spazio ed il tempo attorno alla sua presenza, modificando permanentemente la percezione di ciò che ha alle sue spalle.

Cosa induce a comprendere questa immagine? Che il Volto è un’epifania che domina l’esperienza, mai trascurabile o relegabile sullo sfondo al pari di qualunque cosa inanimata. Il Volto dell’altro stravolge il piano solipsistico del rapportarsi con le cose del mondo; interroga perché, tramite esso, si vede e si è visti esponendosi al nuovo, al diverso, all’Infinito che viene da ogni dove – perché il Volto è infinità inafferrabile.

Il Volto, oltre ad uno spazio e ad un tempo, rivendica anche un altro aspetto: la Prossimità, che si esplicita nel nostro essere gli uni di fronte agli altri. Questa reciprocità si può intendere come una vocazione esistenziale, una chiamata ad una responsabilità inconfutabile e spaventosa che comporta un rischio, in quanto chiede una partecipazione mai superficiale con l’altro. E come potrebbe mai essere approssimativa ed al contempo autenticamente prossima la presenza di un Io dinanzi al Volto altrui quando quest’ultimo, mutando continuamente la sua forma tramite l’espressività, chiama ad un continuo dialogo e ad un insistente “sentire” la sua condizione esistenziale di uomo-viandante.

Ma cos’è l’espressività? Quel moto perpetuo di forme, solchi, luci ed ombre che si impongono sulla superficie più o meno regolare della pelle che, nuda difronte alla veracità di ciò che la circonda, rivela un piano altro e più profondo del vivere? L’espressività è mascheramento e spogliazione, linguaggio che cattura e irrompe nella quiete. E ancora, silenzio e parola, approssimazione e distanza, potere e vulnerabilità che accomuna Me e Te in bilico su un abisso che di follia risuona e sorveglianza sul proprio cammino, nel palpitare terribile e breve che col passo incerto permette di procedere.

Proprio sul Volto, sulla sua nuda apparizione, si gioca la partita dell’esistenza e nondimeno – necessariamente – della psicologia/psichiatria. Dice Lévinas che “il Volto, e con esso la sua pelle, è quella parte del corpo che maggiormente resta nuda, di una nudità dignitosa” che permette di giungere all’esperienza più immediata e primitiva con il Tu. Primitiva perché è precedente ad ogni parola, ad ogni gesto, antecedente di ogni categoria: il Tu può restare in silenzio, immobile e restare Tu, domanda, spaesamento. Il Tu resta Volto.

Buber sulla scia di Minkowski direbbe che il Volto che si incarna nel Tu non è solo un Esserci immediato, un “qui-e-ora”, ma anche un “da-dove” e un “verso-dove” a cui l’Io deve orientarsi se vuole che il Volto diventi una presenza spazio-temporale e prossimale fortissima. Fortissima ed al contempo velata perché il Tu è un luogo sconosciuto e unico in cui, come afferma Elizabeth Barrett Browing, posso esistere.

Come non ricordare poi Bruno Callieri che tra la pagine della sua esistenza e delle sue opere non smette mai di ricordare come il Volto dell’altro ci chiede sempre un azzardo, una scommessa, la partita di chi assume su di sé il massimo rischio dell’accostamento carne a carne, approssimazione alla persona che si ha dinanzi. Nudità a nudità, sguardo a sguardo, confronto in cui del Volto non si riconosce più la similarità con se stessi, ma l’essere rivolto – come te, come me – al morire, navigando a vista tra le pieghe opache dell’esistenza.

Come poter sospendere un discorso, quasi un dialogo, sul Volto? Come poter concludere questo viaggio teso al rinvenimento di questa esperienza basa in cui siamo immersi e verso cui tutti siamo chiamati irrimediabilmente?… E poi, mescolando ingredienti universali, atomi e molecole come un nuovo Big Bang, Junger ci scaglia sull’orlo del delirio, di una perplessità psicotica (Wahnstimmung)  che è esperienza radicale che ogni incontro autentico con il Volto ha in sé. Scrive Junger: “Sapeva bene che il naufragio era già avvenuto e che, adesso, si navigava su una zattera di rottami legati assieme… Una volta che quelle corde avessero ceduto, sarebbe rimasto solo l’abisso insondabile degli elementi – e chi avrebbe potuto affrontarlo?”.

Una sospensione, quasi un’attesa che si estende verso i confini del reciproco riconoscimento e poi, senza posa, superando questi limiti diretti verso il non più noto: questa è la meraviglia oscura che lascia emergere il Volto. Là dove cade ogni mezzo e ogni certezza cessa di imporsi tra l’Io ed il Tu, ecco si dischiude la possibilità degli “abissi”, del naufragio, di una dimensione fascinosa e terrifica posta tra estremi mai definitivi di salvezza e devastazione. Proprio lì si inizia a intravedere, tra le rovine dell’esistenza, il Volto dell’altro.

Stefano Marini

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Riferimenti

Ales Bello A., Ballerini A., Borgna E., Calvi L.: Io e Tu. Fenomenologia dell’incontro. Roma. 2008.

Lévinas E., Riva F.: L’Epifania del Volto. Milano. 2010.

Buber M.: Il cammino dell’uomo. Torino. 2004.

L’amore come fulcro della natura umana

Pubblicato: aprile 16, 2017 da Filippo Gibiino in Uncategorized
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Osvaldo Licini – Angeli primo amore

 

L’essere umano come animale relazionale

Noi esseri umani siamo animali relazionali, lo sappiamo dai tempi di Aristotele e ci viene ribadito con forza dalle attuali neuroscienze: il cervello infatti per svilupparsi e crescere necessita non solo di sostanze nutrienti, ma anche di empatia, di calore e affetto, in una parola di amore.

Per capire dove poggiano le basi della natura relazionale umana partiamo allora dalla nascita. Di cosa ha bisogno un neonato? In che stato si trova solitamente? In che rapporto si posiziona con l’altro? Il neonato è sempre in una situazione di totale dipendenza dalla madre, o da chi se ne prende cura. Ha bisogno dell’altro per soddisfare tutti i suoi bisogni primari. Possiamo affermare che nell’infanzia ha origine la nostra esperienza di dipendenza dall’altro, sana o patologica che sia. In entrambi i casi il bambino non può far altro che “innamorarsi” dell’adulto, verso cui ripone una fiducia pressoché assoluta. Non potrebbe fare altrimenti, pena la messa in gioco della sua sopravvivenza.

Nel caso di un’esperienza positiva con la madre il bambino svilupperà una dipendenza sana. Il neonato reca dentro di sé il bisogno innato di creare un legame con l’adulto, che viene costruito attraverso una vera e propria danza empatica fatta di contatto fisico, di sguardi reciproci, di gridolini, di giochi e di sorrisi. La creazione di questo legame è sostenuta a livello neurobiologico da “droghe” endogene, che ne fanno un’esperienza di piacere reciproco per la madre e per il bambino. Il fatto di provare piacere nelle relazioni è un fattore fondamentale per la crescita e per lo sviluppo, anche in età adulta.

Per certi versi questi elementi potranno sembrare ovvi, ma per lungo tempo in ambito accademico e non solo, si è sostenuto che il bambino si legasse alla madre in quanto bisognoso di nutrimento. In questo senso, Freud affermava che la scarica della pulsione della fame fosse primaria rispetto al legame di attaccamento. Con lo psicoanalista inglese John Bowlby, attratto da nuovi esperimenti in campo etologico che hanno messo in dubbio questa visione, il legame di attaccamento viene letto come un bisogno primario del bambino. Poco tempo prima, Renè Spitz, psicoanalista di origini austriache aveva osservato un interessante fenomeno che ci può dare la misura di ciò di cui parliamo. Spitz aveva condotto degli studi rigorosi presso diversi orfanotrofi, in cui al limite i neonati ricevevano esclusivamente cibo e cure minime. Nel suo libro più famoso, Il primo anno di vita del bambino, Spitz racconta la vicenda di un’infermiera che durante il turno si doveva occupare contemporaneamente di tredici bambini, causa carenze del personale dell’orfanotrofio. Aveva giusto il tempo per dar loro da mangiare, per cambiarli e poco più. Lo psicoanalista austriaco quindi aveva osservato che di questi bambini trascurati il 40% era morto entro un anno! Ai restanti non andava benissimo, in quanto la maggior parte di loro mostrava ritardi marcati nello sviluppo fisico e psichico.

Questo ci può dare la misura di quanto le cure e le attenzioni che passano attraverso le prime relazioni siano fondamentali, a partire dall’esperienza di essere visti per quello che siamo, e dall’esperienza di rispecchiamento con cui la madre capisce i nostri bisogni e a poco a poco ce li insegna. Come ha osservato lo psicoanalista Donald Winnicott, il bambino ritrova se stesso nel volto della madre, quando guarda quest’ultima che lo osserva. Tutte queste cure relazionali non passano attraverso le parole, ma attraverso diversi canali non verbali, che sono stati oggetto degli studi di psicologia degli ultimi decenni. Infatti, anche se non ha ancora sviluppato il linguaggio, il neonato è in grado di comunicare affettivamente con la madre con enorme competenza. Il bambino già dopo pochi mesi di vita è in grado di riconoscere chi lo tiene in braccio, attraverso il tipo di presa e gli odori, ma è anche capace di sentire se una madre è felice o turbata.

In sintesi è sano che il bambino dipenda dagli adulti, ed è altrettanto sano che questa dipendenza venga allentata quando non è più funzionale alla crescita e al processo di individuazione. Quindi la specie umana è una specie sociale, caratterizzata da spiccate doti cooperative e da relazioni di reciprocità affettiva. In una parola siamo animali interdipendenti. L’uomo non cessa mai di dipendere: passa da una dipendenza ad un’altra dipendenza più funzionale ai suoi bisogni. Abbiamo necessità di ripetere le esperienze dell’infanzia durante l’età adulta, ma declinandole in modi sempre più complessi e adeguati alla nostra crescita personale; ed è grazie all’amore che tutto questo può accadere. Citando direttamente le parole dello psicoterapeuta Nicola Ghezzani che si è occupato a fondo di questo tema: “L’amore è un processo circolare, che coinvolge due persone e arricchisce sempre l’umanità di entrambi: un processo di reciproche attenzioni e gratificazioni che consente a entrambi di maturare il loro potenziale umano.” (L’amore impossibile, 2015).

 

L’innamoramento

Quando ci innamoriamo facciamo l’esperienza di una relazione che appaga tutti i nostri bisogni: è come se tutte le mancanze, le carenze, le domande di affetto rimaste in sospeso, trovassero pienezza e risposta nell’incontro con l’innamorato. Per quanto tempo abbiamo aspettato questo momento, e con quanta intensità lo abbiamo desiderato!

Nel simposio di Platone è contenuto il racconto degli ermafroditi, esseri perfetti che gli dei punirono tagliandoli a metà e disperdendone le parti nel mondo. Platone ci suggerisce che l’amore nasce da una nostra intrinseca mancanza, che ci muove sempre alla ricerca di un altro che ci completi. Secondo Francesco Alberoni, l’innamoramento è reso possibile da un sovraccarico depressivo, infatti “nessuno si innamora se è, sia pure potenzialmente, soddisfatto di ciò che ha e di ciò che è.(Innamoramento e amore, 1979). Quando ci innamoriamo, non lo facciamo volontariamente (in inglese innamorarsi si traduce con fall in love) ma inconsciamente. Si innamora la parte più deprivata e accantonata del nostro io, che Ghezzani ha chiamato io antitetico (in quanto opposto ad un io ordinario), e che si forma a partire dai nostri bisogni che non hanno trovato spazio nella vita quotidiana e sono stati rimossi. Questa parte di noi, che reclama con vigore il suo spazio, trova rispecchiamento nell’incontro con l’altro, e precisamente con la sua stessa parte mancante.

Infatti, “L’oggetto amato ci rivela ciò che ci manca. […] Io scorgo nella persona di cui mi innamoro il suo intimo patire per qualcosa che non ha avuto e vedo che io sono proprio colui che può darglielo, vedo riflesso nello specchio del suo cuore che io soffro come lei di un bisogno che solo lei può appagare. […] È dunque l’io antitetico che si innamora: questa area dell’inconscio che ci impone di aprire le porte del reale a tutto ciò che dei nostri bisogni, desideri fantasie, progetti abbiamo voluto reprimere e dimenticare, perché squilibrati rispetto alla nostra esistenza quotidiana.” (L’amore impossibile, 2015).

Come nella relazione madre e bambino, anche qui è il piacere che ci guida verso l’altro e ci mostra che il nostro agire è positivo. L’innamoramento ci apre ad una nuova esperienza, che ci da la possibilità di vedere noi stessi e il mondo sotto una luce inedita. La realtà viene ricostruita a partire da nuovi significati che scaturiscono direttamente dalla relazione col nostro amato. In questo senso abbiamo la possibilità di dissolvere le nostre vecchie certezze, la nostra vecchia identità e di rinnovarci a partire dal nuovo incontro. Si tratta di una vera e propria esperienza di morte e rinascita. In quanto sociologo, Alberoni ha parlato di amore a partire dalla straordinaria somiglianza che intrattiene con i movimenti rivoluzionari collettivi. In effetti l’innamoramento reca in se la forza necessaria a scardinare le vecchie relazioni e i vecchi assetti della persona, per traghettarla verso nuovi progetti. L’incontro con l’amato spezza i legami sociali e ne crea di nuovi. Sarà comune a molti ricordare la propria esperienza di innamoramento associata a cambiamenti di vita, trasferimenti, rivoluzioni nelle scelte professionali e nelle cerchie di amici. È l’innamorato a renderci così forti e vitali, e in grado di mettere in discussione sistemi e istituzioni che non reggono più al passare del tempo. Ci innamoriamo solo se accettiamo di essere sconvolti dall’amore. Alla fine di questo processo non ci sono più i due individui di prima, ma due persone nuove che formano una coppia.

 

L’amore

L’amore si muove sempre nella direzione della libertà verso colui che amiamo e verso noi stessi. L’amore è assenza di potere sull’altro, e può essere inteso come la forma più intensa di personalizzazione di un rapporto, nel senso che coglie sempre l’individualità dell’altro e si muove per sviluppare il suo valore intrinseco. Nell’amore il bene dell’altro è innalzato a valore assoluto. Gli amanti si rinforzano l’un l’altro creando un legame ad alta intensità affettiva che tende ad escludere gli altri, o almeno a minimizzarli. Quindi, a differenza dell’innamoramento, in cui troviamo la risposta assoluta a tutti i nostri bisogni, nell’amore abbiamo il pieno riconoscimento dell’altro per quello che è in sé. L’intimità affettiva ci rivela l’amato nella sua verità, e la tenerezza ci fa accettare i suoi limiti e il suo lato oscuro. Questa conoscenza avviene col tempo, se abbiamo abbastanza dedizione per approfondire sempre più il rapporto: prima o poi entriamo in contatto con gli aspetti irriducibili dell’altro, che possono non piacerci e scontrarsi con le nostre aspettative rispetto alla coppia. Quest’esperienza fondamentale dell’amore, in cui viene a cadere l’immagine idealizzata dell’amato, può portare con sé una buona dose di delusione e dolore. Ghezzani ha descritto bene questi vissuti nel suo libro L’ombra di Narciso, a partire dalla delusione che possiamo provare verso l’idealizzazione di noi stessi, e che ci consente di accedere per rispecchiamento alla conoscenza più profonda dell’altro:

“Se riusciamo a sentire la delusione, quindi anche lo stesso odio, nei nostri confronti come un’opportunità che la vita ci offre per liquidare la nostra immagine idealizzata ed essere noi stessi fino in fondo, allora l’intelligenza delle nostre mancanze può rivelare una nuova e inattesa dimensione dell’amore: l’amore del destino. Capiamo che ciò che di noi ci è apparso brutto, debole, deforme, mostruoso ci era necessario per arricchire e ampliare la nostra umanità. Due sentimenti, allora, ci vengono in soccorso: la coscienza di colpa e la commozione. […] Nelle relazioni d’amore, dunque, un genuino senso di colpa aiuta a prendere atto del male che possiamo aver fatto e che possiamo ancora fare a coloro che amiamo; quindi ci aiuta ad avere col nostro lato oscuro un rapporto consapevole. Allo stesso tempo, la commozione ci aiuta a provare comprensione, tenerezza, amore per quelle parti di noi e della persona amata che non riusciamo a controllare con un semplice atto della volontà. Siamo esseri umani , quindi siamo ostinati e imprevedibili. Dobbiamo accettare la nostra complessità senza pretendere né di estinguerla né di domarla. […] La delusione e l’odio sono parte dell’amore, perché solo l’amore è in grado di trascenderli in una comprensione e commozione di grado superiore.”

Quindi attraverso l’amore si giunge a una forma di conoscenza sempre più profonda di noi stessi e dell’amato; conoscenza che non si basa tanto sull’utilizzo della ragione, quanto sul contatto e confronto con i propri sentimenti e con quelli altrui. La commozione ci permette di incontrare l’alterità e la diversità. L’amore introduce nella nostra vita la dimensione della trascendenza: solo chi ama davvero è capace di staccarsi da sé e dedicare la vita a qualcuno o a qualcosa. Infatti la capacità di amare non è da intendersi solo nei riguardi di un altro essere umano, ma anche di una passione, di un valore, di una fede. Solo quando la vita è dedicata a qualcosa che va oltre la nostra persona, acquista uno spessore di senso e di significato in grado di pacificare l’animo. Di contro la paura dell’amore è anche la paura di abbandonare i nostri piccoli egoismi, che ci offrono qualche sicurezza ma ci precludono di aprirci ad una dimensione trascendente della vita.

Filippo Gibiino

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Riferimenti

Francesco Alberoni (1979), Innamoramento e amore, Garzanti, Torino

John Bowlby (1989), Una base sicura, Raffaello Cortina, Milano

Nicola Ghezzani (2015), L’amore impossibile, Franco Angeli, Milano

Nicola Ghezzani (2017), L’ombra di Narciso, Franco Angeli, Milano

René Spitz (1962), Il primo anno di vita del bambino, Giunti, Firenze