C’è speranza nella complessità

Jose Carlos Zamora – Hope

La diversità è un fardello troppo pesante per farsene carico. Se ci fosse più educazione alla complessità – e meno smantellamento della stessa su diversi fronti (commerciali) della società – i razzismi sarebbero più deboli, e quell’odio esacerbato dai media che riattizza l'”istinto recalcitrante” verso il diverso sarebbe solo un evento isolato, un piccolo segnale insignificante pronto a disfarsi nell’aria.

Ma la cultura del “tutto pronto e veloce, basta pagare”, del servizio personalizzato su di te, costruito su misura sulle tue onnipresenti necessità (una pura illusione); la cultura della felicità da raggiungere ad ogni costo grazie a reiterate (e semplici) infelicità (un paradosso “semplice semplice”); la cultura dello schermo che sostituisce tutto il resto e rende la vita davanti a te solo un dettaglio insignificante; queste specifiche culture, hanno vinto nell’operazione di appiattire ogni complessità umana per renderla trasparente a tutti, per giudicarla di primo acchito con uno scroll, per tramutarla in uno spot pubblicitario semplice e intuitivo.

Così le informazioni che dovrebbero essere tue, informazioni e conoscenze che danno linfa alla tua memoria (oggi tramortita a dismisura e colma di buchi neri), vengono prontamente delegate a uno schermo luminoso; mappe semplici e immediate sul telefono, ad esempio, cancellano irrimediabilmente il volto degli spazi… Ed è lo spazio che nutre la memoria, non il tempo: i ricordi si fissano nella mente attraverso un processo di “spazializzazione”… Rendendo dunque lo spazio un’amnesia – un’esperienza fluttuante solo per indicazione di uno smartphone che ti parla nel punto esatto dove sei – si cancella per sempre la nostra capacità di leggere la complessità che ci circonda, e di farla nostra. Questa operazione, al contrario, interiorizzerebbe un formato “più consapevole” di semplicità, che non sfugge, che non diventa mero segnale evanescente, ma decide di diventare per sempre nostro, e di regalarci una gamma di emozioni in un caleidoscopio d’esperienze.

Quindi senza complessità, senza le difficoltà e il disagio di fronte al nuovo disposto a creare dissonanze mentali (dissonanze che, poi, contribuiscono a formarti come persona migliore “aperta mentalmente”); senza questa fatica che permette prima di tutto di instaurare un dialogo con te stesso (la cosiddetta “capacità critica”, cioè un pensiero che ricomincia a battere), siamo allora destinati a quella semplicità fatta solo di muri e barriere; alla semplicità che fa tornare in auge la parola “razza” – perché è immediata, intuitiva, agevole come un Mac.

La tecnologia, invece, dovrebbe migliorare la vita, farci risparmiare tempo per noi, rendere le cose “più semplici” per farci meglio leggere la complessità, per arricchirci delle diversità che quest’ultima custodisce dentro di sé. Ma invece di farci leggere meglio, di approfondire e di focalizzare l’attenzione sulle cose più importanti, sembra voler far scivolare tutto quanto su una superficie liscia e agevole (vedi la superficie di uno schermo), dove tutto il resto, tutto quello che dovrebbe contare davvero, rimane illeggibile.

A cominciare dalle relazioni: “ho visto tutto, tutto è a portata di mano: le sue foto, le sue “storie (evanescenti)”, i sui post, i suoi sterili e pomposi commenti… Che significato ha allora il diretto e cordiale “Come stai?”; non ho bisogno di chiedere nulla, so già tutto, o almeno è quello che penso di sapere. Ed è proprio su quello che penso di sapere, su un’informazione dettata da circostanze viziate da altre circostanze, che si costruisce inutilmente il mio esile approccio esperenziale col mondo.

Sapendo questo allora non mi sorprende più il fatto che il diverso e lo straniero siano le prime cose da cancellare, da demonizzare, da rendere spazzatura: non rientrando più nelle categorie mentali di chi non è più abituato a fare uno sforzo per ottenere qualcosa – dato che con il mercato a tutto spiano si può avere ogni cosa e subito –, queste “etichette” entreranno necessariamente in conflitto con la loro consueta normalità, con l’assuefazione alla comodità che è diventata irrinunciabile, così com’è facilmente accessibile.

È piuttosto difficile aprirsi alla diversità, ed è molto più semplice scegliere di ottenere qualcosa col minimo sforzo, ma i molti mali che viviamo oggi nella nostra società dipendono proprio da questo: nella convinzione culturale – spesso neanche cosciente – che ciò che è diverso da me è troppo faticoso, troppo pieno di stimoli nuovi che non so come gestire, e allora mi sale il panico, preferendo il cosiddetto “effetto tartaruga”.

È un po’ come quello che accade nei paesini di provincia, dove le persone tendono a riunirsi tra loro in vere e proprie tribù, e il meccanismo sociale della chiusura ermetica rimane sostanzialmente lo stesso. Ma è dalla fatica, dallo scontrarsi con qualcosa di nuovo, che nasce sempre qualcosa di buono; è vivendo il disagio, la resistenza a qualcosa, che riesci veramente a mettere in discussione te stesso, uscendone poi rinnovato e migliore di prima; è dalle differenze che nascono le scenografie migliori, perché il piattume del gruppo dove tutti sono fotocopie degli altri mi annoia.

La vita dunque dovrebbe essere colore, dovrebbe essere una scenografia diversa e arricchita, ma allo stesso tempo la vita è complicata, come soleva ripetere il padrone ciondolandosi sulla sedia. Può darsi, ripetevo tra me e me, mentre guidavo a cervello scoperto su una pista autostradale bagnata da fanali rossi (non è vero che l’accelerazione della vita sociale pervade tutto), con tutte quelle immagini di lavoro battente che calme mi balenavano davanti. Ma la neve oggi cade, e i suoi fiocchi danzano in vortici a forma di coriandolo: c’è qualcosa in tutto questo che somiglia vagamente alla speranza, un senso ritrovato nelle banalità.

C’è speranza nei copia e incolla selvaggi, nel pensiero morto in distese desertiche senza nome, in una ragazza che, decisa, vende la sua verginità all’asta, nelle telefonate ossessive di un Call Center, in quelle sue voci metalliche e senza volto, che non rinunciano mai a richiamarti dopo l’ennesimo tuo gentile “no grazie, sono a posto così”.

C’è speranza nei social, e nei loro schermi “vivi”, rotanti, e fluorescenti, che imbruttiscono le persone rendendole solamente meno umane; si intravede speranza nell’inquinamento dell’informazione, nella sua dispersione di acque gelate e minacciose, quella stessa informazione che sta a noi come il Mar Glaciale Artico sta al suo irriconoscibile orso bianco.

C’è speranza in un ufficio grigio e burocratizzato, fiotto di carte che spuntano e s’infrangono da tutte le parti, dove ogni pratica non può essere eseguita senza l’esecuzione della pratica immediatamente precedente, e senza quell’impiegato ammaestrato alle norme che detiene le redini e i “codici segreti” di una macchina a noi invisibile.

C’è speranza nelle piazze vuote, quelle che servono solo “per combattere l’acne”, per accogliere file chilometriche di gente che s’accampa imperterrita per l’uscita dei nuovi dispositivi digitali; quelle piazze pubbliche che di pubblico, oramai, hanno poco o nulla.

C’è sempre speranza nel sorriso di un bambino, ma solo nella convinzione di poter lasciare a quel bambino un futuro dignitoso. C’è speranza in una lista d’attesa, in una partenza che è inevitabile, in un ritorno dall’altra parte del mondo che ha il sapore dell’inaspettato; c’è speranza nell’ambivalenza che risiede in ciascuno di noi, nella fatica di saper riconoscere anche i propri lati meno piacevoli, le nostre fisime, le nostre particolarissime imperfezioni. C’è speranza in un momento religioso parcheggiato in mezzo al nulla…

Forse, bisognerebbe solo fare collezioni di attimi, come diceva il disperato clown di Bonn; probabilmente, tutto ciò che non esiste ancora ma esiste già nelle nostre menti è una ramificazione seducente di ciò che siamo da attimi immemorabili: e cioè le nostre malate e (per questo) meravigliose proiezioni.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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