Stress e lavoro: la sindrome da burnout

Pubblicato: marzo 30, 2016 da Filippo Gibiino in Cultura
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Giulio Castagnaro

Il termine burnout significa, bruciarsi, prendere fuoco. Con questo termine si indica uno stato di deterioramento emozionale e psicofisico dell’individuo, condizione sempre più diffusa nel modo del lavoro in generale e nei servizi socio-sanitari in particolare. L’individuo che ne è colpito è portato a ridurre l’impegno nel lavoro, può sviluppare forti livelli di ansia, apatia e cinismo nei confronti dell’altro.

Lo psichiatra Herbert Freudenberger fu il primo a descrivere questa condizione e a darle un nome. Nato in Germania nel 1926 si rifugiò durante il secondo conflitto mondiale negli Stati Uniti dove trascorse il resto della sua vita. Negli anni Settanta, Freundenberger lavorava nella free clinic di New York, che si occupava di tossicodipendenti, strappandoli dall’abisso buio delle sostanze. Freudenberger credeva profondamente nel suo lavoro e perciò assicurava la sua presenza nella clinica dalla mattina presto fino a tarda notte, per poter rispondere ai bisogni dei pazienti e dell’istituzione. Dopo aver seguito questo ritmo per mesi, si accorse di essere diventato cinico e sarcastico verso chi si era proposto di assistere, ma ciononostante strinse i denti e portò avanti i suoi impegni. Freudenberger si convinse di aver bisogno di aiuto e riposo all’indomani delle ferie: aveva in programma una vacanza con la famiglia ma tornò tardi la notte e non riuscì a svegliarsi in tempo per prendere l’aereo con i suoi cari. In una sorta di autoanalisi, lo psichiatra si registrò mentre parlava del suo stato d’animo. Riascoltandosi riconobbe che la sua voce era carica di angoscia, rabbia, spossatezza, arroganza e senso di colpa verso la sua famiglia.

Il termine burnout che in inglese veniva già usato per descrivere lo stato di deterioramento del tossicodipendente dopo aver abusato di droghe pesanti, venne preso in prestito da Freudenberger per descrivere la sua stessa esperienza alla free clinic. La parola burnout viene anche utilizzata in ambito automobilistico per indicare il momento in cui le vetture fanno slittare le gomme sull’asfalto con il freno a mano tirato: l’elevata velocità di rotazione delle gomme e l’attrito sull’asfalto fanno sì che queste inizino a fumare per l’eccessivo surriscaldamento. Le gomme si consumano velocemente e l’auto non va da nessuna parte, come successe a Freudnberger, impegnato fino allo stremo, senza però riuscire ad ottenere alcun progresso.

Pochi anni dopo l’esperienza dello psichiatra tedesco, Christina Maslach, sociologa, diede avvio a numerosi studi empirici sul fenomeno del burnout.  Maslach sostiene che il problema del burnout vada affrontato ad un livello strutturale e di organizzazione del lavoro. Infatti nel mondo contemporaneo, all’interno di molte grandi istituzioni, nelle scuole, nelle aziende e nei servizi pubblici si avverte un clima ostile ed esigente, e all’individuo vengono richiesti sacrifici spossanti. Molte persone sono emotivamente e fisicamente esauste, ciniche e irritate. Per Maslach è necessario operare a livello organizzativo per ridurre i fattori che favoriscono il burnout, come il sovraccaricano di lavoro, la mancanza di controllo sul proprio operato, la bassa gratificazione, il crollo del senso di appartenenza comunitario e l’assenza di equità nei riguardi dei lavoratori. Tutto questo naturalmente è indubbio ma, nell’attesa dell’implementazione di interventi strutturali, cosa può fare il singolo individuo che si trova all’interno delle istituzioni e delle aziende? In fondo il burnout è un problema che si manifesta all’interno della relazione tra la persona e il suo ambiente di lavoro, e quindi il singolo avrà delle possibilità di agire per modificare questa relazione malsana.

Mi muoverò ora a partire dall’articolo sul burnout nelle professioni d’aiuto scritto dallo psicoterapeuta e saggista Nicola Ghezzani, che ha messo in evidenza due punti fondamentali. Innanzitutto la centralità dell’ideologia solidarista e sacrificale nell’organizzazione e nell’operatore affetto da burnout. Quello che ci interessa qui dei grandi miti o delle ideologie, non è tanto la possibilità che siano vere o false, giuste o sbagliate, ma la direzione e le azioni che ci fanno intraprendere. Una certa costellazione di idee che nasce a livello collettivo viene introiettata dal singolo e utilizzata come bussola per muoversi nel mondo. Sicuramente esiste una qualche corrispondenza tra una particolare ideologia ed il temperamento della persona che è disposta ad accoglierla. In particolare la persona che sposa l’ideologia sacrificale sarà portata a trascurare i propri bisogni egocentrici e di evoluzione personale per aiutare un altro visto nella sola accezione di vittima bisognosa di aiuto. L’altro punto centrale è la gestione della rabbia. Siccome quest’ultima segnala una frustrazione dei nostri bisogni personali e uno sconfinamento nel nostro perimetro vitale, ogni qualvolta si presenti quest’emozione deve essere rimossa o scissa, perché l’autostima del soggetto dipende dalla capacità di sacrificarsi e di aiutare l’altro. È facile capire come questa dinamica a lungo andare sia deleteria e pericolosa per lo stesso operatore, ma anche per le persone che quest’ultimo si è proposto di aiutare.

Possiamo riflettere ora sulla parola burnout e sui significati sottesi. Innanzitutto significa bruciarsi, e per bruciarsi è necessario che sia presente del fuoco o del calore. Il fuoco può far pensare ad una passione vera e autentica che la persona colpita mette in campo fin dall’inizio nello svolgere il proprio lavoro. Si potrebbe erroneamente pensare a chi sviluppa la sindrome da burnout come a una persona demotivata in principio, che col passare del tempo diventa sempre più apatica e si distacca dal proprio lavoro. Al contrario, come abbiamo visto dalla storia di Freudenberger, la persona che sviluppa la sindrome da burnout è un individuo appassionato che si spende molto per il proprio lavoro e per il prossimo. Però la passione come il calore, se gestita in maniera maldestra si può trasformare in un incendio. Il fuoco infatti ci rimanda anche alla rabbia che brucia dentro, e può colpire noi e gli altri. Così ce ne parla il filosofo Remo Bodei:

“All’ira si associa normalmente il calore, tanto che nell’ebraico antico l’ira si esprime con l’espressione «il naso che brucia» e che per secoli è stata vista come effetto del ribollire del sangue nel cuore. Più in generale, si riteneva che il corpo fosse un contenitore di fluidi in ebollizione, i quali, premendo sulle pareti della pelle, potevano scoppiare (si parla, infatti, ancora oggi, di «scoppi d’ira»).”

Ora possiamo ricorrere ad un’altra analogia nascosta nel termine burnout. Come ho scritto, il termine burnout viene utilizzato anche in ambito automobilistico in cui i pneumatici fatti girare sull’asfalto sviluppano sempre più calore a causa dell’attrito, e infine si bruciano. Perciò possiamo pensare al fenomeno del burnout come a un processo di una certa durata, in cui il continuo accumulo di calore sfocia in un vero e proprio incendio. In effetti la persona che lavora con passione e che gestisce la rabbia rimuovendola sistematicamente la accumula fino ad esplodere, fino all’autocombustione e al logoramento. I continui attriti con l’ambiente di lavoro, quando penalizzano pesantemente i nostri bisogni personali, possono incidere sulla nostra salute. Allora, quando parliamo di sindrome da burnout, ci riferiamo all’esito di un processo di cattiva gestione sia della passione, sia della rabbia, che ha portato al palesarsi dei sintomi: l’ansia, l’apatia, il sarcasmo e la depressione.

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Giulio Castagnaro

Arrivati a questo punto possiamo dire che il singolo individuo per proteggersi dal burnout deve, da solo o meglio con l’aiuto di un professionista, abbandonare l’ideologia sacrificale e adottare una strategia di gestione dei propri bisogni e dei propri sentimenti avversativi. Questi ultimi, prima di essere espressi hanno bisogno di essere riconosciuti e tollerati dentro di noi. Evidentemente tutto ciò non può essere svolto facilmente quando il processo del burnout abbia raggiunto la sua fase più avanzata, quella in cui la persona è già logorata dall’ansia e dal cinismo e in cui è necessario ricorrere un aiuto sostanziale. Si potrebbe invece pensare di prevenire il burnout imparando a riconoscere anche le piccole scorrettezze che ci infastidiscono sul posto di lavoro. Spesso siamo noi stessi a trascurare i nostri bisogni, a volte quelli più basilari, e a svolgere incombenze (anche rimandabili) per apparire disponibili e cordiali a noi stessi e agli altri. È in quel momento che la rabbia viene rimossa, proprio per poter essere d’aiuto, ma col prezzo di trascurare le nostre necessità. Per fare un banale esempio, potrebbe succedere che una persona ci chieda di dedicarle ulteriore tempo verso la fine della giornata di lavoro, e che noi acconsentiamo alle sue richieste in maniera acritica, senza riflettere se quell’aiuto sia veramente urgente o possa essere tranquillamente procrastinato. Se non riusciamo a gestire richieste del genere, è bene tenere conto di questi momenti e imparare a riconoscere l’ostilità che ci possono provocare, tollerandola senza per forza doverla esprimerla agli altri o tradurla in azione. Va da sé che più questi sentimenti saranno di bassa intensità, più sarà semplice gestirli. Così ci alleneremo a tenere in mente il nostro disappunto senza doverlo rimuovere. Se si dovesse ripetere una situazione simile, ed avremo in mente i nostri sentimenti avversativi, potremmo pensare di mettere in atto una soluzione alternativa, chiedendo alla persona di tornare in un orario più comodo ed eventualmente spiegando la nostre motivazioni.

Esprimere la rabbia non significa quindi semplicemente comunicarla all’altro né tantomeno aggredirlo, ma piuttosto riconoscere quando una situazione trascura i nostri bisogni ed attuare dei comportamenti rispettosi in grado di modificare la realtà. Spesso, quando il montare della rabbia non viene riconosciuto in tempo, questa può esplodere improvvisamente contro l’altro (magari una persona che non c’entra nulla), lasciandoci poi a dover fare i conti con i nostri sensi di colpa. Nel peggiore dei casi potremo rinunciare ulteriormente a riconoscere i nostri bisogni per la paura di ferire l’altro. Invece la rabbia ha la funzione preziosa di segnalarci quando i nostri bisogni e nostri confini vengono ignorati e oltrepassati. Bisogna sottolineare che questo sconfinamento può essere vero o presunto, e che il fatto che ci stiamo arrabbiando non significa che abbiamo per forza subito un sopruso. Remo Bodei, riprendendo un’espressione Platonica, ci ricorda che eliminare la giusta indignazione significa “tagliare i nervi dell’anima”. Non reprimere questi sentimenti significa non reprimere la nostra vitalità e favorire il nostro sviluppo intelligente verso l’autonomia.

Filippo Gibiino

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti

Nicola Ghezzani (2005), Il burnout dell’operatore volontario: http://nicolaghezzani.altervista.org/doc/burnout.pdf

Remo Bodei (2010), Ira. La passione furente, Il Mulino

Pascal Chabot (2014), Burnout globale, San Paolo

Christina Maslach, Michael P. Leiter (2000) Burnout e organizzazione, Edizioni Erickson

 

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