Sempre più collegati, sempre più distanti

Pubblicato: marzo 22, 2016 da Francesco Paolo Cazzorla in Cultura
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Dawid Ryski - Modern type of love

Dawid Ryski – Modern type of love

La tua vita è profondamente cambiata, lo senti. Lo percepisci dentro e a attorno a te, e senti che questo cambiamento presenta qualcosa di grave. Te ne accorgi perché sei costantemente distratto, e accorgersi della propria distrazione è una frustrazione latente per te, un fiume carsico, che risale alla tua memoria solo quando l’ha completamente solcata, e spazzata via, rimpiazzandola con una sensazione distonica che avverti quando uno schermo ti fissa, e sfrigola, perché privo di un canale di riferimento.

Quello sfrigolio, ti rimanda alla frammentazione che vivi ogni giorno, in un’altra realtà, una dimensione parallela chiamata social network, e che ha la pretesa di sostituirsi all’altra di realtà, quella più sbiadita, quella che invece dovresti assaporare, sentire e toccare: vivere con tutto te stesso. Uno sciame d’episodi invade il tuo spettro visivo, scorrendo dal basso verso l’alto, come una testata infinita piena zeppa d’informazioni; un rullo magnetico ingannatore che con tutte quelle sue immagini “seducenti” ti sta pian piano trasformando in un consumatore seriale, e silenzioso: un consumatore furtivo di vite altrui.

In questo mondo strano, anche la tua vita è in pasto al consumo degli altri, e diventa ogni giorno un lungo e tedioso episodio spacchettato: i suoi singoli segmenti devono essere da te incorniciati, pubblicati e resi visibili, altrimenti puoi dire di non averli mai vissuti prima, rischiando di perdere memoria di loro. Quella mancanza di memoria che avverti dietro l’angolo, e che fuggi continuamente, dipende da un tuo automatismo acquisito; dalla tua costante esposizione a quella che oggi viene definita “ipertrofia informativa”: una mole esorbitante d’informazioni priva di senso, e che arriva da tutte le epoche e da tutte le parti, senza indicazioni rassicuranti.

Fuggi dunque la mancanza di memoria creando altra memoria. Metti costantemente in circolo le tue immagini, le tue informazioni, molte versioni di te, non sapendo però che sono proprio questi tuoi “pacchetti di memoria” a causarti l’amnesia. Sudi dimenticanza da tutti i pori, e sei nel bel mezzo di un cortocircuito a catena. Ti distanzi da te, e da tutti gli altri, pur continuando a rincorrere te e tutti gli altri.

Il tempo e lo spazio, allora, si sono modificati. La loro percezione ti risulta forte e debole al contempo. Il primo non ha una linearità, ed è composto da tanti punti dispersi che si collezionano a casaccio (passato e presente convivono); il secondo invece aggrega tutto assieme – esperienze, luoghi, persone – per poi catapultarlo verso una lontananza ignota, verso un dimenticatoio globalizzato.

In questo scenario, non puoi esimerti dall’offrire e dal consumare anche tu una promessa di simultaneità, d’istantaneità, che è solo una tra le tante “promesse spot” che oggi viviamo avidamente, e poi non vengono mantenute, perché – come dice una citazione trovata in quel rullo virtuale – “[i media], a cominciare da Internet, tendono a modificare la nostra percezione del tempo. Infatti, determinano un effetto di natura paradossale: in apparenza promettono di raggiungere la simultaneità e l’istantaneità, ma in realtà proiettano in una dimensione che è quella del già avvenuto. E indeboliscono il valore di tutto quello che registrano affinché possiamo evitare di ricordarlo. Vale a dire che il presente, attraverso la fissazione, è privato del suo vero valore.” (Vanni Codeluppi).

Quando le chiamate erano a gettoni il tempo era un bene prezioso: donava valore. Le chiamate illimitate hanno cancellato quel valore, e lo schermo delle chat – che “protegge” le nuove generazioni dall’ansia da chiamata – non lo prende più neppure in considerazione: ora, siamo tutti irrimediabilmente collegati.

Così accade che meno siamo collegati e più siamo vicini. E più siamo collegati e meno viviamo quel valore che è l’attesa, perché l’illusione di essere più vicini di prima, disponibili sempre, sta edificando silenziosamente le nostre nuove distanze solitarie.

Thomas Danthony

Thomas Danthony

Ma che cosa sono oggi le distanze? Esistono davvero? Sono quel resto che realmente mi separa da qualcos’altro? o sono solo quelle parti che stanno al di là e non riesco a toccare o sentire? E se le sentissi lo stesso, quelle parti lontane, che cos’è allora la realtà? è solo quella che calpesto e percorro? o è anche quella che percepisco, che sento comunque vicino a me, pur avendo solo in mano uno schermo freddo?

In effetti, i media digitali danno l’impressione di eliminare le distanze: le percepiamo come nulle. In questo modo può dispiegarsi la spettacolarizzazione del tutto, e di noi stessi: il privato si fonde col pubblico, e quest’ultimo pian piano scompare, sgretolandosi: l’intimità viene deflorata. L’anonimato dello schermo ci protegge dalla mancanza di riguardo, e di rispetto. Il rispetto possiede un riguardo, una distanza, un volgere lo sguardo altrove; lo spettacolo no. Abbiamo perso le distanze e il rispetto.

Ma perdendo il rispetto perdiamo anche la vicinanza, il gioco reciproco, e il rimando vicendevole che ci unisce, e che contribuisce a creare quella fiducia che non riusciamo più a trovare da nessuna parte. Quindi fomentiamo altre distanze, quelle esistenziali: siamo soli e sfiduciati, ma affascinati e sedotti dai nostri spettacoli; siamo aggressivi e senza rispetto, ma poi ci lamentiamo perché non riceviamo comprensione e fiducia.

In definitiva, forse si sono annullate delle distanze, ma ne abbiamo create di nuove. Stanno cambiando le relazioni e i nostri comportamenti, ma non riusciamo a rendercene conto. Come afferma il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han, “arranchiamo dietro al medium digitale che, agendo sotto il livello di decisione cosciente, modifica in modo decisivo il nostro comportamento, la nostra percezione, la nostra sensibilità, il nostro pensiero, il nostro vivere insieme. Oggi ci inebriamo del medium digitale, senza essere in grado di valutare del tutto le conseguenze di una simile ebbrezza. Questa cecità e il simultaneo stordimento rappresentano la crisi dei nostri giorni.”

Probabilmente, tutto questo, ha a che fare con la caducità di ciò che viviamo, di ciò che si spegne prima ancora di mettersi in moto. E ha a che fare anche con il tempo, che ci appare veloce e sfuggente, immerso com’è in un eterno presente che ci inchioda alle tante scelte da poter compiere; che ci immobilizza sulle miriade di possibilità ancora sconosciute che si stagliano sui nostri (smarriti) orizzonti di senso.

Ma non è il tempo ad essere diventato veloce. Quello è solo l’allenamento forzato delle nostre percezioni, che essendo continuamente infarcite d’inutili steroidi si spengono, fino a collassare. È quindi l’illusione della simultaneità per ogni cosa, “il tempo reale e trasparente”, che toglie il ritmo alla calda attesa, alla cerimonia rituale delle relazioni (non delle “transazioni”), e all’irta pazienza che tramonta piano dietro i monti… Tutte cose che, diversamente, riescono ad alimentare quella percezione del tempo che non si preoccupa inutilmente di quello che ancora non c’è, ma lo vive, sedimentandolo con cura nella nostra preziosa memoria confortante.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti 

Byung-Chul Han, Nello sciame. Visioni del digitale, nottetempo, 2015.

Vanni Codeluppi, Tempo, Doppiozero, 2016.

 

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