L’empatia per capire il male

Pubblicato: novembre 20, 2015 da Filippo Gibiino in Cultura
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Medea_di_Tiziano

Medea uccide uno dei figli – Seguace di Tiziano

 

Oggi il concetto di empatia è molto diffuso ed è associato perlopiù ad un atteggiamento di bontà e di disponibilità verso il prossimo. Ma tra empatia e bontà c’è una differenza sostanziale. L’empatia è prima di tutto la capacità di mettersi nei panni dell’altro, di sentire in prima persona cosa egli prova. In un secondo momento posso utilizzare queste percezioni per aiutarlo e quindi per fare del bene. Posso riconoscere la sofferenza nello sguardo dell’altro e decidere di prendermi cura del suo dolore, condividendolo con lui per rendergli quel fardello più sopportabile. Questa è una possibilità, ma non è l’unica. Per esempio posso entrare in empatia con una persona che mi è ostile e percepire il suo disprezzo verso me. Oppure posso percepire l’invidia che un amico prova verso un’altra persona, e capire che tra i due non corre buon sangue. In un precedente articolo avevo scritto del magistrato Giovanni Falcone che utilizzò l’empatia per entrare nel profondo della psicologia mafiosa. Falcone fece un salto di qualità rispetto ai suoi predecessori, perché riuscì a capire quali erano le motivazioni, le emozioni e i valori entro i quali l’affiliato a cosa nostra si muoveva. Questo servì a rendersi conto che il mondo della mafia era tutt’altro che pura irrazionalità e aveva le sue logiche, sulle quali Falcone applicò strategie vincenti. Una fra tutte fu l’utilizzo dei collaboratori di giustizia, uomini d’onore che a volte decidevano di parlare per modificare i rapporti di forza tra famiglie malavitose e danneggiare l’avversario.

Un discorso analogo si può fare per i terroristi dell’Isis. L’empatia può essere lo strumento per capire che non si tratta di pazzi, ma di combattenti intrisi di odio verso la nostra cultura liberale, che si muovono entro determinate logiche e valori da loro condivisi. La spiegazione della follia è fuorviante perché porta ad approcciare il fenomeno Isis da un livello individuale, senza cogliere il livello gruppale e ideologico entro cui ogni singolo terrorista si colloca. Il comandante americano in Medio Oriente, Michael Nagata, ha ammesso che “non abbiamo sconfitto le idee di Isis, in realtà non riusciamo nemmeno a comprenderle”. In questo caso l’empatia ci aiuta per capire l’odio e l’ira che muovono i terroristi contro i valori delle democrazie. Capire viene dal latino capere che significa tenere, afferrare, ed è necessario afferrare un fenomeno se lo si vuole contrastare o giudicare. L’ideologia dell’Isis alimenta e si nutre di un odio profondo, promettendo un riscatto dal mondo corrotto dei miscredenti, colpevoli di avere banchettato alle loro spalle. Quest’odio viscerale si può accostare a quello di Medea che uccide i propri figli per colpire indirettamente loro padre, Giasone. Quest’ultimo infatti dopo avere disprezzato e umiliato Medea, l’abbandona per sposare Glauce. La invita poi all’esilio e a deporre la sua ira, inutile dinanzi al volere del più forte. Medea aveva tradito il padre e ucciso il fratello pur di poter scappare e unirsi con Giasone, e a questo punto si abbandona all’odio più estremo per soddisfare il suo desiderio di vendetta. La sua furia punitrice è così potente che non teme la morte. Ecco le parole che Medea, nella rappresentazione di Seneca, pronuncia prima di uccidere i propri figli:

“Dove non vuoi, dove ti fa male, là ti colpirò. […] Abbandonati all’ira, svegliati dal torpore, ritrova nel profondo del tuo petto la violenza di un tempo. Tutto quello che hai fatto sinora vada sotto il nome di bontà. All’opera! Farò che sappiano come erano lievi e ordinari i crimini da me commessi per altri. Non fu che un preludio per del mio odio: che potevano osare di grande mani inesperte? O un furore di ragazza? Ora sono Medea, il mio io è maturato nel male”.

Come Medea, i terroristi coltivano un odio potente che trascende la paura della morte, e lo utilizzano per colpire un avversario più forte e meglio armato. L’ideologia dell’Isis ha la caratteristica di raccogliere e fomentare l’odio a livello collettivo e farne un valore riconosciuto a livello culturale. L’odio, per quanto estremo, fa parte della varietà dei sentimenti umani e può essere immagazzinato all’interno dei gruppi, grazie a una cornice ideologica. Diversamente, la nostra cultura tende a negarlo o a condannarlo, per ragioni che si possono rintracciare nella storia. Dopo l’esperienza dei totalitarismi del novecento, in cui l’ira veniva elicitata a livello sociale, le democrazie hanno costruito una cultura più “mite”, che ha rimosso l’odio dalla coscienza collettiva. Beninteso, l’ira e l’odio rimangono sentimenti possibili per i singoli e per i gruppi, ma la cultura democratica premia e diffonde risposte ritenute più nobili, come quelle basate sulla cooperazione, sul sostegno, sul confronto e sulla tolleranza. Anche per questi motivi ci è difficile entrare in empatia con una cultura dell’odio.

Filippo Gibiino

 

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Riferimenti

Remo Bodei (2010), Ira. La passione furente, Il Mulino.

Seneca, Medea, in Medea Fedra, Rizzoli (1989).

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commenti
  1. Giusy Gabriele ha detto:

    Ho apprezzato molto questo articolo. Avrei solo da ribattere sul seguente passo ‘le democrazie hanno costruito una cultura più “mite”, che ha rimosso l’odio dalla coscienza collettiva’. Forse il verbo rimuovere è troppo forte, perchè troppo acceso è l’odio che vedo scorrere nei social nei confronti dei musulmani (ormai divenuti capri espiatori di tutto).

    Comunque grazie per le sue considerazioni!

  2. Filippo Gibiino ha detto:

    Grazie Giusy per le sue considerazioni e per l’apprezzamento. Sicuramente ha sottolineato un fenomeno che fa parte del mondo del web contemporaneo: molte persone nel modo dei social danno sfogo a tutta la loro rabbia e frustrazione, direi nel commentare ogni genere di notizia. Magari molte di loro sono persone che nella vita di tutti i giorni, nel lavoro e in famiglia si comportano in modo più mite e meno riottoso, e che poi sui social danno sfogo alla loro stizza. Così internet offre la possibilità ai singoli di esprimere la rabbia, che non trova altri canali di scarico proprio perché le società democratiche non posseggono quelle “banche dell’ira” citate da Remo Bodei nel suo libro. Le banche dell’ira servono per integrare e convogliare la rabbia e l’odio dei singoli su un obiettivo di portata sociale. Questo fenomeno è tipico delle rivoluzioni: pensiamo a quella francese in cui i Giacobini raccolgono e utilizzano la rabbia del popolo per abbattere l’ancien régime e trasformare il mondo. La differenza sta in questo: l’ira e l’odio sono sentimenti umani, ma solo alcune ideologie li fomentano a livello collettivo per agire sulla realtà. Le democrazie in generale, a differenza per esempio delle dittature del novecento, reprimono odio e rabbia nella misura in cui non li utilizzano su scala sociale in senso trasformativo.

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