Quei falsi miti sulla bassa produttività italiana

Pubblicato: ottobre 12, 2015 da Federico Stoppa in Economia e Politica
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Una Nota diffusa dal Centro studi di Confindustria (CsC) denuncia che i salari reali italiani sono cresciuti, dal 2000 fino al 2014, più della produttività del lavoro (28% contro un misero 10,9%), con l’ovvia conseguenza di spostare quote di reddito a favore della componente lavoro (che include i contributi sociali) e a scapito dei profitti, con effetti negativi su investimenti e competitività internazionale. Il presidente Squinzi chiede che sia dato più spazio alla contrattazione aziendale per legare le retribuzioni alla produttività. La ricetta che egli propone non è nuova, ed è fondata sul pregiudizio che lo spaventoso arretramento nella capacità di produrre reddito che il nostro paese subisce da un ventennio, sia dovuto all’eccessivo costo del lavoro e alla scarsa flessibilità del mercato del lavoro, ostacolata dai sindacati.

Questa tesi, se si guarda alla storia economica (recente) del nostro paese, non è corroborata dai dati. I quali suggeriscono piuttosto che negli anni in cui la forza lavoro era maggiormente sindacalizzata (anni ’70-’80) e il mercato del lavoro più rigido[1], la produttività del lavoro (segnatamente nella manifattura, settore in cui è più facile misurarla) cresceva più che in Francia, Germania, Stati Uniti [2]. Uno dei più grandi economisti italiani contemporanei, Paolo Sylos Labini (Torniamo ai classici, Laterza, 2004, pp. 47 – 51), spiegava questo fenomeno attraverso il cosiddetto “Effetto Ricardo”: sindacati forti portano ad un aumento del costo del lavoro ( e una certa rigidità nei licenziamenti), che incentiva le imprese a sostituire lavoro con macchinari, che incorporano il progresso tecnologico e spingono all’insù la produttività del lavoro. Al contrario, sindacati indeboliti, proliferazione di contratti atipici, rimozione dei vincoli giuridici al licenziamento e afflussi di manodopera immigrata sottopagata rallentano l’accumulazione di capitale innovativo e frenano gli incrementi di produttività, come è accaduto in Italia nel corso degli anni Duemila.

Davide Bonazzi

Davide Bonazzi

Non è tutto. Per gli economisti mainstream che informano l’opinione pubblica, Il declino della produttività del lavoro italiana va addebitata ai seguenti fattori, tutti riguardanti il lato dell’”offerta”: individui inoccupabili e scansafatiche, bassa spesa in R&S, burocrazia elefantiaca, tassazione asfissiante, corruzione, giustizia civile lumaca, scarsa cultura imprenditoriale, etc).  Al contrario, un importante filone della letteratura economica – la tradizione classico-keynesiana, che va da Adam Smith a Nicholas Kaldor e Paolo Sylos Labini – ci ha mostrato che è la crescita del volume della produzione, che a sua volta dipende dalla domanda aggregata, che stimola gli aumenti dell’output per ora lavorata. In questa visione, la produttività del lavoro italiana è stagnante perché è insufficiente la domanda aggregata. E qui torniamo ai rilievi mossi da Confindustria: se le imprese non fanno margini, come fanno ad investire? Senza profitti, non possono ripartire gli investimenti, dice la saggezza convenzionale. Ma i profitti, in un’ottica macroeconomia, dipendono anch’essi dalla domanda aggregata (Kalecki,1954): interna (deficit pubblico, consumi e investimenti dei capitalisti) ed estera (esportazioni nette). In Italia, dagli anni Novanta, si è deciso di aggredire lo stock di debito pubblico a colpi di avanzi primari (complessivamente, circa 700 miliardi tra maggiori entrate e minori spese, al netto degli interessi), che hanno sottratto domanda interna all’economia, con il risultato di deprimere le spese delle famiglie e quindi gli investimenti delle imprese. In più, l’adesione acritica e frettolosa all’Unione monetaria europea ha fatto perdere quote di mercato alle imprese italiane, spostando il baricentro dell’Europa industriale nelle regioni centro-orientali: ne hanno risentito le esportazioni nette.

Il ragionamento finora condotto ci porta a conclusioni affatto diverse rispetto a quelle di Confindustria: se si vuole incrementare la produttività del lavoro (e i profitti delle imprese) deve mutare in modo profondo il quadro macroeconomico. Una redistribuzione del reddito favorevole alle fasce di reddito medio-basse, un piano di investimenti pubblici finanziati in deficit (sfruttando i bassi tassi d’interesse, regalo del Quantitative Easing di Draghi), la costruzione di un sistema monetario europeo ispirato ai principi cooperativi e anti laissez-faire del Piano Keynes di Bretton Woods sono passaggi non più rinviabili.

Federico Stoppa

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Note:

[1]  All’inizio degli anni Ottanta, gli iscritti al sindacato erano pari, in Italia, al 49,6% del totale degli occupati contro il 34, 9% della Germania (Bohlto, 2011, p.33). Fino a metà degli anni Novanta, l’indicatore Ocse che misura la rigidità nella protezione legislativa del posto di lavoro registrava valori più elevati in Italia rispetto a Francia e Germania; ora le posizioni si sono invertite (Hassan e Ottaviano, 2011, fig.4)

[2] Hassan e Ottaviano, 2011, fig. 2

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commenti
  1. Nicolò boggian ha detto:

    Il calo della produttività degli anni 2000 ad oggi in Italia e’ dato dal fatto che le aziende si sono liberate di lavoratori giovani a basso costo è alta motivazione mantenendo i lavoratori più anziani con stupendi più alti ( gli stipendi ancora crescono troppo per anzianità e poco per merito). Anche poi dalla bassa spesa in R&s, dall’ambiente economico corrotto e con poco mercato. Un altro fattore e’ la scarsa preparazione al lavoro della scuola. Le protezione dei lavoratori sono in alcuni caso giuste, ma in altri pericolosissime. Si veda cosa succede quando un dipendente della PA lavora poco e male e non si può licenziare o veniva addirittura reintegrato da un giudice. I sindacati ha troppo spesso coperto le “mele marce” invece di fare in modo che venissero premiati i migliori. Dal mio punto di vista sono tra i responsabili della bassa produttività e non il contrario. Insieme certamente ad una classe imprenditoriale e manageriale anche questa un po’ vecchiotta e poco qualificata

  2. Federico Stoppa ha detto:

    I fattori che lei richiama riguardano tutti l’offerta (importanti, ma la corruzione in Italia c’era anche quando il paese cresceva del 5% l’anno), mentre il mio articolo analizza gli aggregati della domanda (consumi, investimenti, esportazioni, spesa pubblica e tassazione). Come cerco di argomentare, l’economia italiana ha dovuto subire condizioni macroeconomiche profondamente recessive, dovute all’adesione all’unione monetaria (che, in assenza di politiche industriali, ha fatto perdere quote di mercato alle imprese italiane a vantaggio di quelle tedesche), e da un’austerità di bilancio pubblico che non ha avuto eguali in Europa (lo Stato ha sottratto 700 miliardi di euro in 20 anni, tra maggiori tasse e minori spese, specie quelle per investimento). Ciò ha impattato negativamente sulla dinamica della produttività.
    Si può dire quello che si vuole sui sindacati ( e sono d’accordo sul fatto che abbiano fatto e continuino a fare molti errori), ma i dati ci dicono che negli anni ’70, quando i sindacati in Italia erano molto forti nel manifatturiero, la produttività in Italia cresceva di più che altrove, perché le imprese, a fronte di un altro costo del lavoro, erano incentivate a organizzare meglio i processi produttivi (es. dotarsi di macchinari più efficienti e più produttivi per recuperare profitti). Questo faceva crescere la produttività del lavoro. Di contro, dopo la flessibilizzazione del mercato del lavoro degli anni Duemila, il potere del sindacato è stato drasticamente ridotto: le imprese hanno rinunciato a investire in macchinari produttivi (specie ICT), perché potevano contare su personale a basso costo e basse tutele. La produttività è crollata drasticamente.

  3. Alessandro ha detto:

    Ho trovato il suo articolo molto interessante, tuttavia ci sono dei punti che secondo me andrebbero approfonditi.
    L’incremento della produttività determina contemporaneamente due tendenze di segno opposto: una di espansione del mercato, attraverso la diminuzione dei prezzi di vendita, e l’altra di contrazione del mercato provocata dalla diminuzione relativa della quantità di lavoro umano necessaria per produrre una quantità più grande di merci, che determina una minore quantità di reddito disponibile al consumo e quindi una minore domanda. Finché l’effetto espansivo è maggiore dell’effetto contrattivo, le aziende riescono a vendere tutto l’incremento di produzione generato dall’aumentata produttività, quando invece la situazione si inverte, allora una parte della produzione diventa eccedente, ovvero le merci rimangono invendute perchè la domanda non è in grado di assorbirle e il sistema si trova in crisi di sovraproduzione. Se ad un certo punto la produttività non smette di crescere, tutto ciò è a parer mio inevitabile.

    Quindi la massa di merci che viene immessa sul mercato non solo non riesce a trovare una quantità di denaro tale da realizzarne il valore perché i redditi sono troppo bassi, ma la sua reale utilità per i potenziali consumatori è inferiore al suo prezzo.
    Per fare un esempio: se tutti possiedono un frigorifero, al massimo se ne compra uno nuovo solo per sostituirne uno vecchio che è da buttare, ma avendone uno funzionante, nessuno andrà a comprarne uno nuovo, neanche se il prezzo di vendita fosse per assurdo di un euro!
    La domanda non può crescere indefinitamente solo abbassando il prezzo di vendita, esiste un limite oltre il quale la domanda rimane invariata anche se il prezzo continua a scendere e questo limite dipende dalla quantità di popolazione.
    Il sistema non entra in crisi per effetto di cause esterne ma per effetto di cause interne, intrinseche al meccanismo per il quale si vuole aumentare il profitto aumentando la produttività, un meccanismo che necessariamente entra in crisi quando i mercati si saturano, quando cioè la massa totale di merci prodotte è così grande, in relazione alla popolazione, che l’effetto espansivo dovuto alla riduzione dei prezzi di vendita non è sufficiente o addirittura praticamente inesistente e quindi incapace di compensare la contrazione della domanda.

    Il capitalismo reagisce alla crisi riducendo l’eccesso di capacità produttiva, a tale scopo, per adattare cioè l’offerta alla domanda, chiude stabilimenti, licenzia personale e crea disoccupazione. Per continuare a fare profitti con una scala produttiva ridotta e senza contare quindi sulla riduzione del costo di produzione dovuto all’impiego massiccio di macchine, l’unica strada è spremere il lavoro riducendo i salari, le tutele, ecc., cosa che per altro riesce abbastanza facile vista l’elevata disoccupazione.

    Quindi la precarizzazione del lavoro, la perdita di potere dei sindacati, l’austerità dell’UE e la riduzione della spesa pubblica non sono le cause che generano la crisi di sovraproduzione, semmai ne sono gli effetti. La crisi non viene provocata dall’attuazione di queste politiche, piuttosto queste politiche vengono messe in campo proprio con la vana speranza da parte del capitalismo di tornare a fare i profitti di un tempo e arginare una crisi di sovraproduzione che è endogena al sistema, che nasce prima della precarizzazione del lavoro, che in definitiva è il necessario risultato dell’incremento della produttività senza limiti i cui presupposti si formano durante la fase di potere dei sindacati o di investimenti statali.

    Le cosiddette politiche keynesiane hanno un effetto simili a quello dei sindacati forti, quello che lei ha citato come “effetto Ricardo”. L’idea è che il reddito, sostenuto dagli interventi statali, sia in grado di assorbire l’eccedenza produttiva, questo è vero, almeno all’inizio. Così facendo però le aziende, alla lunga, sono incentivate da queste stesse politiche ad investire per aumentare la produttività, facendo perdere progressivamente efficacia alle politiche suddette fino a vanificarle completamente e quando ciò si verfica ci si ritrova nuovamente al punto di partenza cioè una crisi di sovraproduzione. Le politiche keynesiane quindi, per non perdere efficacia nel tempo, dovrebbero essere attuate in un sistema in cui la produttività rimane costante e di conseguenza ogni nuova diavoleria tecnologica non dovrebbe essere utilizzata per produrre di più a parità di tempo lavorato ma, al contrario, per produrre sempre la stessa quantità totale di beni e servizi lavorando di meno e guadagnando, in questo modo, più tempo libero da dedicare alla nostra vita.

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