Frammenti meridionali

Pubblicato: marzo 10, 2015 da Francesco Paolo Cazzorla in Cultura
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Cilions

Cilions

Sono nato – e vivo attualmente – in una fetta d’Italia che si è abbandonata al suo destino, che rimane a poltrire nella sua sudata insignificanza, e che ormai non ha più nulla da offrire se non la sua sgargiante e ostentata opulenza taroccata. Certo, ci sono paesaggi mozzafiato, di quelli che neanche la finzione potrà mai creare; oppure prodotti enogastronomici che nessuno al mondo avrà mai, e che mai nessuno saprà produrre in quel modo e in quei sapori… Ma questo non basta. La loro salubre sazietà servirà solo a spegnerti il cervello, a non farti pensare, a farti dimenticare, lentamente e inesorabilmente (uno stillicidio), che hai tutte le carte in regola per essere te stesso, ora, già da domani, però da qualche altra parte.

Spesso ho dovuto sorbirmi l’opinione di chi, dall’alto della sua presunta longeva esperienza, giudicava il mio atteggiamento verso questa terra pigro, remissivo, senza spirito d’iniziativa: un atteggiamento vinto, morto sul nascere. Ma penso tuttora convintamente che non ci si può attivare seriamente se non ci sono prima le condizioni per farlo. Un esempio semplicissimo. Non si può aspettare mesi e mesi solo per avere un libro (non un libro introvabile, ma uno normale, disponibile immediatamente) che desideravi leggere da un sacco di tempo, e che
magari ti serviva proprio per evadere da qui (prima mentalmente, e poi forse anche materialmente con tutto te stesso).

Non si può elemosinare quello che dovrebbe essere la base, un diritto per tutti, e che spesso da queste parti – come diceva qualcuno – viene scambiato per un favore. Non si può non avere a disposizione quel materiale mentale e pratico che ti consente, meglio di ogni altra cosa, di avere uno spirito critico verso ciò che ti circonda. Non posso essere attivo, spendermi nelle mie possibilità, se non sono prima critico, se non mi sono fatto un’idea, se non riesco a formulare per me – e con gli altri – una possibilità di cambiamento.

Non avrei mai voluto pensare tutto questo della mia terra; una terra potenzialmente meravigliosa sotto molti aspetti. Ho cercato tenacemente, e invano, di trattenermi da facili e inutili giudizi, e di non sentirmi vittima di tutto ciò che mi ha creato, di ciò che mi ha visto nascere e crescere. Anche se spesso ho fatto finta di nulla, un’altra parte di me continuava a covare rancore…

La verità è che la sociologia mi ha salvato la vita. Mi ha insegnato ad osservare attentamente, e a non dare mai nulla per scontato. Mi ha introdotto in quella magica visione del mondo sociale che rende visibile ciò che spesso è invisibile, poiché divenuto ormai routine consolidata. Mi ha insegnato che ci sono sempre tantissimi punti di vista da tener conto, da rispettare, e che bisogna scegliere le angolazioni più scomode se vuoi addentrarti sul serio in qualcosa che ti va di conoscere.

Ebbene, ho cercato in tutti i modi di farmi un’idea diversa di questa mia terra; ho cercato di perlustrare tutto il possibile nei miei limiti, confrontandomi, soprattutto, con più gente che potevo; il risultato non è cambiato di una virgola. E quel libro, quel normale libro che posso trovare facilmente ovunque ma non qui, lo sto ancora aspettando…

Avrei voluto dare tanto alla mia terra, ma lei non mi merita: non sento, sinceramente, che mi appartenga più, per quello che sono ora, e per quello che desidero essere domani. In conseguenza di ciò (e di certo non solo per le infinite attese di libri giunti in momenti non più consoni – era giusto un esempio fra tanti) sono contento di dare me stesso ad un altro Paese, perché forse lì questo pensiero critico che coltivo soprattutto verso me stesso – e che è la sostanza della mia vita – viene invogliato a nascere, a durare, a farsi cambiamento.

Spero di sbagliarmi, e di debellare tutto ciò che ora il mio pensiero zampilla con veleno senza freni. Spero un giorno, quando forse tornerò, di trovare quelle semplici condizioni che mi permettano – così come immagino a molte altre persone – di avere una visione nuova, purificata; di sentirmi finalmente fiero di questa (mia) terra.

Questo sud, per me, è soprattutto una poesia di Franco Arminio:

9273f0ba3481c8aa8aa8d93faa65b51ail sud ora è questi cani
che abbaiano,
le luci ferme del paese nuovo
sotto la luce mossa della pala eolica,
il sud epatico, eretico,
il sud che pensa alla morte
alle sei del mattino
mentre io penso a una corriera
che attraversa un paese lucano
a quest’ora,
mentre io penso al mare
che non raggiunge le stanze annerite
dei vicoli, penso al sud interno
senza muli e senza maiali,
il sud dei letti vuoti.
cosa possiamo farne
di questo sud?
è davvero una speranza
avere un progresso inerte
sciancato?
è davvero una speranza
un paesaggio inoperoso
qualche piega non stirata

byCarrieLingscheitdal rullo dell’economia?
oscillo quando penso al sud,
mi esalta e subito dopo mi avvilisce.
ieri sera al mio paese sentivo
che le porte chiuse sono troppe,
sentivo che la falla è troppo grande
e forse per questo il sonno si è guastato.
la mia vita nel sud
è un inquietudine che non si posa
da nessuna parte, è tenere
il mondo appoggiato
sulla punta del cuore,
il sud è non avere pace
e non avere compagnia.
il sud è solo,
per questo parla ad alta voce,
per sentire la sua voce
che forse non c’è più.
il sud quando parla
viene dal passato
o dalla follia.

Comunità provvisorie, il blog di Franco Arminio e dei paesologi.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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commenti
  1. Filippo Gibiino ha detto:

    Leggendo la bella poesia proposta da Francesco mi viene subito in mente un’associazione: se l’Italia fosse una paziente, il Sud rappresenterebbe il suo inconscio. L’inconscio si crea se manca ascolto, e quindi riconoscimento dell’altro. La poesia di Franco Arminio rappresenta una radiografia dell’anima del Sud. James Hillman sosteneva che la nostra anima si fa nel mondo. La realtà che ci circonda, la bellezza o la bruttezza dei luoghi, il degrado, la convivialità, le possibilità, le reti di rapporti, il tessuto sociale di un paese, concorrono tutti insieme nell’intrecciare le maglie dei nostri sentimenti e delle nostre percezioni. L’anima si fa nel mondo, appunto. Visione molto divergente dalla prospettiva individualista occidentale, in cui si tende a dare gran peso al singolo, da dove si pensa che tutto abbia inizio e fine. Basterebbe studiare davvero cos’è il cervello per capire che sono molto diverse…

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