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Proviamo a riempire di contenuto lo slogan, tanto diffuso nel dibattito pubblico quanto piuttosto vago e indeterminato, “l’Italia ha bisogno di una politica industriale”. Innanzitutto: perché occuparsi di industria, di manifattura, di fabbrica, quando questa contribuisce poco al PIL e non crea posti di lavoro? Perché farlo proprio ora, dopo un trentennio di prediche neoliberiste sull’ineluttabilità delle de-localizzazioni, sulla necessità per le economie avanzate di convertirsi ai servizi finanziari e/o al turismo1 e di diventare meri consumatori di merci a basso costo provenienti dall’Asia?

La risposta è nei seguenti dati, estratti dal database di Eurostat e riferiti all’Europa a 28 paesi2. La manifattura è responsabile del 67% della ricerca e sviluppo totale, del 65% delle esportazioni; alla manifattura si devono i due terzi dei guadagni di produttività dell’economia. È la manifattura che domanda i servizi più qualificati: dalla logistica, ai servizi Ict e di ricerca, alle consulenze professionali. Infine, i redditi da lavoro nella manifattura eccedono di un quarto la media nazionale. Come si vede, si tratta di un settore cruciale per la produzione e la distribuzione di ricchezza e benessere.

Consapevoli di ciò, molti governi in giro per il mondo si sono spinti a violare tabù culturali molto radicati, come quello che consigliava di tenere lo Stato quanto più distante possibile dal palcoscenico industriale. Obama ha affidato i denari dei contribuenti americani a Sergio Marchionne per rilanciare la moribonda Chrysler (obbligandolo a investire sui motori ibridi). Francois Hollande non ha esitato ad entrare nel capitale di rischio di Renault e Pegeout, arrivando a detenere rispettivamente il 15% e il 20% delle azioni totali dei due gruppi automobilistici; il Lander tedesco della Bassa Sassonia è azionista influente della Volkswagen che investe 20 miliardi di euro l’anno in ricerca e sviluppo, contro l’1,9 della Fiat (dati 2010); mentre il governo federale controlla la Kredit fuer Wiederaufbau, la banca che finanzia l’export e traina la svolta ecologica della manifattura tedesca. Ecco quindi come viene declinata la politica industriale altrove: lo Stato interviene senza paura sul mercato, per difendere i suoi “campioni” e indirizzare lo sviluppo economico verso target di interesse collettivo.

copIn Italia, invece, la politica industriale si riduce a una serie di timidi (e inefficaci) incentivi fiscali agli investimenti in impianti e macchinari (la legge Sabatini), alle assunzioni e alla ricerca e sviluppo. Senza una visione strategica complessiva. Le imprese lamentano l’alto costo del lavoro e l’asfissiate burocrazia. Va ricordato loro, però, che il costo orario del lavoro nella manifattura, comprensivo dei contributi sociali e fiscali, è più basso della media dell’Euro a 16 paesi, e assolutamente non comparabile con quello francese e tedesco3. I ripetuti abbattimenti del cuneo fiscale sulle imprese (svariati miliardi durante i governi Prodi-Monti-Letta-Renzi) non hanno giovato alla loro competitività, mentre hanno peggiorato le casse dello Stato (e dell’Inps). Il focus della politica economica dovrebbe spostarsi sulla produttività dei fattori, arrestatasi nel periodo 1995-2008, e quindi sullo stimolo agli investimenti in innovazione di processo e di prodotto.

Bisogna peraltro stare attenti ai dati medi, che in un Paese come il nostro, caratterizzato da forte dualismo – divari di produttività del lavoro significativi tra settori produttivi, aree geografiche,  imprese di diverse dimensioni – spesso impediscono di leggere adeguatamente la realtà. È vero. L’Italia ha perso occupazione e capacità produttiva nel manifatturiero nell’ultimo ventennio. Ma ha accumulato un surplus di 122 miliardi di dollari nel commercio dei beni trasformati, secondo, in Europa, solo a quello tedesco. Ha conservato primati non solo nella triade tradizionale cibo-abbigliamento-mobili, ma anche nella meccanica strumentale e di precisione, nel biomedicale. Merito dei distretti industriali del nord-est-centro, delle 4000 multinazionali “tascabili” a base territoriale (Luxottica, Brembo, Zegna, Tod’s). Bene le PMI dunque, responsabili di più della metà del nostro export e in grado di battersi alla pari con le omologhe tedesche4. Il problema è semmai concentrato nella fascia della micro impresa, a minor vocazione internazionale, spossata dalla crisi della domanda interna, che sopravvive spesso solo grazie all’ evasione fiscale, e nella grande impresa, i cui proprietari hanno distratto risorse dall’innovazione tecnologica per valorizzazione i propri patrimoni finanziari e immobiliari.

cover1Spazio per intervenire, comunque, ce n’è. Con una vera politica industriale, fondata su alcuni punti essenziali. Primo: vanno scongiurate ulteriori privatizzazioni. Eni, Enel, Finmeccanica devono rimanere a maggioranza pubblica. Devono investire di più in ricerca e sviluppo, guidare la transizione energetica e ambientale dell’economia, aprire nuove vie alle relazioni industriali, inverando la partecipazione del lavoro alla gestione dell’azienda. L’Ilva, simbolo delle disastrose privatizzazioni degli anni ’90, va bonificata e fatta ripartire. Secondo: vanno aggrediti alcuni difetti strutturali della nostra manifattura. Da noi le imprese rimangono piccole, non crescono, non si internazionalizzano. Hanno ritardi nell’utilizzo delle nuove tecnologie, nell’e-commerce, nella distribuzione internazionale dei loro prodotti; faticano ad inserirsi nelle grandi catene globali del valore5. C’è una carenza di risorse umane, che va colmata inserendo i tanti giovani qualificati e poliglotti che oggi escono dall’università e se ne vanno all’estero per mancanza di occasioni. C’è un problema di finanziamento degli investimenti. Il debito bancario va sostituito con l’equity, con il capitale dei soci proprietari e con quello di capitalisti esterni alla cerchia familiare. In questi anni si sono fatti passi avanti: l’Aiuto economico alla crescita (Ace) introdotto nel 2012 rende fiscalmente più vantaggioso il rinvestimento degli utili in azienda, scoraggiando l’utilizzo del debito. Va fatto di più, magari utilizzando con maggior decisione i fondi pensione o il Fondo Strategico della Cassa Depositi e Prestiti. Terzo: va aumentata la dotazione di infrastrutture materiali e immateriali: la banda larga sulla quale la Telecom privatizzata a debito non ha mai investito, per esempio. Da ultimo: c’è un gravissimo deficit di investimenti in formazione e in ricerca e sviluppo da parte del sistema industriale. E’ evidente che qui non bastano i crediti d’imposta: qualificare le produzioni significa creare ecosistemi dell’innovazione che abbiano come pivot alcuni grandi centri di ricerca di base e applicata pubblici, come accade negli Usa con la Darpa (che ha finanziato internet e tutte le tecnologie della I-Phone, dal GPS al touch screen, al Siri) e l’Arpa-E, in Germania con la Fraunhofer Gesellschaft6.

Tutti questi interventi presuppongono uno Stato attivo, programmatore, che investa (non poche) risorse, che sappia compiere scelte coraggiose e lungimiranti di medio-lungo termine. Qui molti storceranno il naso: la corruzione endemica, gli sprechi e le inadempienze nelle PA, l’imbarazzante classe politica vanificherebbero qualsiasi tentativo in tal senso. A costoro si potrebbe però domandare: sarebbe mai stato possibile il miracolo economico italiano senza l’energia a basso costo dell’ Eni, senza l’acciaio della Finsider, senza l’Autostrada del Sole? Insomma, senza un’Iri?

Federico Stoppa

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NOTE:

1 Zingales L, Inutile investire nelle biotecnologie, l’Italia ha un futuro nel turismo; youtube.com

2 Cfr. Veugelers R., La manifattura: una sfida vitale per le economie europee, Economia Italiana 2014/1

4 Cfr. Conti G., Modiano P., Manifattura, produttività e mancata crescita dell’economia italiana, Il Mulino, n. 6/12

5 Cfr. Di Vico D., Viesti G,, Cacciavite Robot e Tablet. Come far ripartire le imprese, Il Mulino, 2014

6 Cfr. Mazzucato M., lo Stato Innovatore, Laterza, 2014

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