Jean Jullien

Jean Jullien

Tanti automi. Siamo diventati tantissimi automi. Tanta gente che, col capo reclinato verso il basso, si avventura per ogni dove. Gente che ancora cammina, sì, nell’oscurità della sera che avanza, ma con i volti illuminati da aggeggi febbrili, raccolti nel palmo delle mani. Il mondo circostante è diventato quasi un dettaglio.

A malapena ci si preoccupa di guardare a destra e a sinistra per attraversare le strade, per affrontare i pochi incroci ancora rimasti: ora c’è solo una schiera infinita di rotonde, e tutto diventa più veloce: le macchine scivolano senza sosta, e il pedone che un tempo trovava nell’incrocio l’occasione della pausa, della chiacchiera estemporanea o del saluto da passeggio, si ritrova solo, quasi impotente: non sa più come orientarsi in questa giungla macchinosa. È smarrito per sempre.

Siete a cena, una cena con vecchi amici che non vedete da un sacco di tempo, e con cui avete convissuto storie incredibili, e che magari, proprio per questo motivo, desideravate rincontrare calorosamente. Non riuscite a ricordare con certezza l’ultima volta in cui avete avuto modo di stare tutti insieme, tutti di nuovo così, a tavola, appassionatamente. Quel tempo macigno che si è intromesso tra di voi ha pensato bene di riempire tutte le falle, arricchendo la vostra vita con tanto altro e altro ancora, il ché è normale. Tra le vostre presenze sul quel tavolo c’è dunque qualcosa di invisibile: le vostre esperienze lontane e vicendevolmente estranee; una materia che ormai fa luce su tutte le cose e che appartiene propriamente alle vostre vite; un qualcosa che non potrete mai e poi mai condividere pienamente con tutti loro, nonostante i vostri più efferati tentativi. E dunque persone del passato si rifanno vive nel vostro presente, forse con un volto nuovo e bizzarro, e quasi tutti i vostri dialoghi – per avere una loro propria e viva legittimazione – devono rifarsi quasi necessariamente ad un passato, né tanto vicino né troppo lontano, benché ormai inesorabilmente andato. La vita, quindi, ha fatto il suo corso, e nessuno può farci niente.

Ad un certo punto (presumibilmente all’inizio della presa di posto), un tipo abbastanza audace, un tipo che ci vede lungo sulle sorti di una cena cosiddetta da “rimpatriata”, si alza col bicchiere in mano e, tintinnando con decisione quel povero bicchiere con una posata qualunque, chiede la parola. Ha in mente una proposta inconsueta e altamente provocatoria: deporre tutti i prolungamenti tecnologici (nella fattispecie smartphone o consimili) e allontanarli, ammucchiandoli in un angolo lontano del tavolo, dimodoché l’atto in sé possa essere da monito per tutti: chiunque si arrischi nel cercare di sbirciare o di gironzolare in un’altra realtà che non sia quella della serata in corso verrà penalizzato duramente: pagherà, senza sconti, l’intera cena a tutti, nessuno escluso. Tuttavia viene contemplata un’unica, quanto remota, eccezione al caso: si potrà eventualmente rispondere solo ad un’inaspettata (?) “chiamata della mamma”, poiché ritenuta, dalle circostanze, plausibilmente improrogabile (nel caso in oggetto, al suo congedo con il figlio/o la figlia, la mamma in questione dovrà confermare a tutti quanti – preferibilmente in vivavoce – l’effettiva veridicità del suo ruolo di mamma del soggetto che ha ricevuto la chiamata, salutando così collettivamente tutti i commensali presenti alla cena; non importa se non li conosce tutti: deve farlo comunque!). Lo scopo del gioco è la deterrenza dalla nuova trascendenza in formato digitale: riusciranno i nostri eroi nel motivato e tanto ricercato intento? (di motivazione, in questi casi, ce ne vorrebbe a palate!).

phone_cover2Tutto ciò sembra esser diventato difficilmente attualizzabile al giorno d’oggi. Una volta capitava di osservare il cielo per trovare una qualunque ispirazione; oppure c’era chi preferiva il mare per staccare un attimino dal quotidiano e per collegarsi all’altrove (chi ha il mare a portata di mano sa di cosa sto parlando); o ancora si tendeva, molto innocentemente, ad essere per lo meno partecipi al cospetto di una conversazione seppur di circostanza, o magari ad una cena, come nell’esempio di fantasia sopra riportato. Tutto, in qualche modo, prendeva quelle sembianze che riuscivano a trasportarci in una dimensione altra, in cui si poteva riconoscere ancora un barlume di momentanea sensatezza. In quelle occasioni, c’era il pensiero che ci faceva compagnia. Ora quel pensiero sta pian piano morendo.

Anche se tutte queste belle cose continuiamo comunque a farle, sembra che il quadro della situazione non sia più lo stesso: che lo vogliamo o no le cose sono piuttosto cambiate. Con un occhio si osserva l’interlocutore per non tradire il proprio ascolto (che si presume attivo) e con l’altro si dà una sbirciatina ad uno schermo digitale: il mondo si è concentrato in una sola mano ed è peggio di una calamita scorrevole, piena di informazioni imbizzarrite: anche se cerchi di sfuggirle lei prima o poi ti troverà: basta sollecitare e toccare quello schermo così inspiegabilmente attratto da te (forse è inspiegabile perché è il contrario, ovvero: sei tu ad essere attratto da lui!).

Tutto questo può anche essere un nuovo tipo di distrazione da dipendenza senza speranze ma, effettivamente, sta modificando il nostro modo di concepire il contesto in cui siamo inseriti, assieme ai legami sociali che vogliamo o tentiamo, affannati, di costruire, rinsaldare, e sviluppare in divenire. E dunque le cene sono diventate parecchio noiose con tutta questa gente che alla prima occasione utile evade, si fa letteralmente assente, cercando non si sa cosa in quell’aggeggio così utile e “spettacolare” (tu non lo sai; l’aggeggio forse sì); sempre con quel capo chinato verso il basso, simile ad una strana e obbligata deferenza che la estranea da tutto e da tutti. E quelle dita trafficanti sono così impegnate a scorrere e a smanettare che non ce la possono fare e, penso, che preferirebbero di gran lunga gesticolare caldamente con persone reali, presenti, piuttosto che stare lì, unte delle proprie sudaticce impronte digitali, per tastare a tentoni un freddo – ma così sorprendentemente accessibile – schermo bombardato di meraviglie.

Nei primi anni del ‘900, lo scrittore satirico austriaco Karl Kraus, figura centrale della vita culturale viennese fin de siècle, nel suo saggio Apocalisse scriveva: “La cultura non riesce a prendere fiato, e alla fine ci ritroviamo con un’umanità morta e distesa accanto alle sue opere, che ci sono costate così tanta intelligenza per inventarle che non ce n’è rimasta più per utilizzarle. Siamo stati abbastanza complicati da costruire la macchina e siamo troppo primitivi per farci servire da essa.”

Jonathan Franzen, in un suo bellissimo articolo uscito sul Guardian più di un anno fa, dal titolo What’s wrong with the modern world – in cui introduce l’uscita del suo libro Kraus project, incentrato proprio sulla figura dello scrittore austriaco – scriveva:

phone_2«Oggi il ritornello è che “non si possono fermare le nostre nuove potenti tecnologie”. La resistenza popolare a queste tecnologie è quasi interamente limitata a questioni di salute e sicurezza, e nel frattempo varie logiche – di teoria della guerra, di tecnologia, di mercato – continuano a svilupparsi automaticamente. Ci troviamo a vivere in un mondo dotato di bombe all’idrogeno, perché quelle all’uranio non bastavano a finire il lavoro; ci troviamo a passare la maggior parte del nostro tempo a mandare sms, email e tweet, e a pubblicare foto su aggeggi dallo schermo a colori; perché la legge di Moore ci ha autorizzati a farlo. Ci dicono che, per rimanere economicamente competitivi, dobbiamo dimenticare le discipline umanistiche e insegnare ai nostri figli la “passione” per le tecnologie digitali, preparandoli a trascorrere tutta la vita a tenersi al passo con le novità. La logica dice che se vogliamo cose come comprare vestiti e scarpe online o un videoregistratore digitale – e chi non le vorrebbe? – dobbiamo dire addio alla stabilità del lavoro e dare il benvenuto a una vita di ansia. Dobbiamo diventare instabili come il capitalismo stesso. […] Kraus aveva solo immaginato un mondo futuro in cui la gente non fosse più capace di fare somme e sottrazioni; adesso è difficile cenare con amici senza che qualcuno tiri fuori un iPhone per richiamare alla mente qualcosa che un tempo era il cervello a dover ricordare. Certo, i tecnoentusiasti non ci vedono niente di male. Fanno notare che gli esseri umani hanno sempre subappaltato la loro memoria: ai poeti, agli storici, al coniuge, ai libri. Ma un figlio degli anni sessanta come me riesce a vedere la differenza tra lasciare che il coniuge si ricordi del compleanno delle nostre nipoti e deferire funzioni mnemoniche essenziali al sistema di controllo globale di un’azienda» [Fonte: Internazionale, ottobre 2013].

Purtroppo accade che questa pratica delle nuove tecnologie, che come dice Bauman – “consente a chi se ne sta in disparte di tenersi in contatto, e a chi si tiene in contatto di restarsene in disparte” –, a lungo andare accentua l’imperante individualismo negativo che c’è in tutti noi. E quindi ciò comporta, il più delle volte, un pararsi dietro un “muro digitale”, mettendo in bella mostra il nostro protagonismo più eclatante, le nostre più fulgide apparenze, le nostre finte conoscenze su tutto, legittimati a sparare a zero su chiunque esponga un pensiero diverso dal nostro.

È inutile blaterare sull’esaltazione del proprio ego: questo esercizio auto-riflettente non è altro che un efficace gargarismo per strozzarsi la mente. Quella malsana predisposizione nel tacciare prontamente tutti coloro che non ci meritano e che, proprio per questo, non avranno più nulla a che fare con le nostre vite, deriva, quasi principalmente, da un sofisticato abbindolamento commerciale, abile nel raccontare come tutto, ma proprio tutto, “ruota intorno a te”.

La nostra ricchezza non sarà mai il soggetto isolato che si autocompiace; quello che scrive chilometri di pagine di diario personale – pubblicamente in rete – solo perché crede veramente che a qualcuno importi; o ancora quello che pensa che tutto gli sia dovuto, ma proprio tutto(!), solo perché digitando il PIN della propria carta di credito pensa di accedere alla sua presunta felicità-formato-oggetto.

No, non è così. La nostra ricchezza è ben altro. La ricchezza delle persone sono le persone stesse, nel bene e nel male. E prima si arriva a capirlo, a riscoprirlo, a sfogliarlo interessandosi a più non posso di questa cosa e prima si può cominciare a reinventare, insieme, questa macchina infernale di società in cui ci è capitato di vivere. La società ha sempre dialogato con il soggetto che inter-agisce, che si fa sociale: questo è uno scambio che non deve finire mai, altrimenti finisce tutto. Come disse una volta qualcuno, il soggetto è importante. Allora, una volta tanto, facciamolo pensare (e dialogare).

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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