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È inutile che continuate a trastullarvi con la politica. Quest’ultima, checché ne dicano i “buoni predicatori” d’intenti, non ha mai cessato di allontanarsi dai cittadini. Nella sua attuale degenerazione nel transpolitico, e in quella sua conseguente macabra oscenità che ricorda tanto i talk show televisivi, non è altro che una forma ostinata di onanismo compulsivo.

Il governo invisibile dei potenti non lo vedrete in tv, non lo leggerete sui giornali, non lo ascolterete per radio, e non lo incontrerete di certo in quei chiassosi e ultra-scenici “congressi politici” che conquistano il minutaggio dei notiziari. Quelli su cui inefficacemente vi accanite (oppure quelli su cui vogliono farvi accanire) sono solo delle controfigure, degli uomini di paglia, precisamente delle maschere, che hanno una sola e precisa funzione: dissimulare. Questa funzione, detta altrimenti “funzione di schermo”, attira costantemente l’attenzione su di sé fissandola su quei prestanome – quei nomi propri che si danno continuamente il cambio negli “show politici”, e che si affrontano sulle prime pagine dei quotidiani nazionali e nell’arena elettorale – distogliendo così dai loro veri bersagli rivendicazioni e proteste.

Questo infinito talk show, deleterio e insignificante, non fa altro che impedire ai cittadini – ma anche agli stessi governanti – di percepire il loro proprio spossessamento e di individuare i luoghi e le poste della vera politica. Di conseguenza, gli obiettivi tradizionali delle lotte e delle rivendicazioni non sono diventati altro che dei tranelli, dei trompe-l’œil, che, alla prima occasione, non perdono tempo nel distogliere l’attenzione dai luoghi dove si esercita l’effettivo governo invisibile dei potenti.

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Carp Matthew

La “civiltà” delle grandi corporations – della Coca-cola, del McDonald’s e compagnia bella –, assieme alle grandi organizzazioni e ai colossi bancari, non solo detiene ormai il potere economico mondiale, ma anche il potere simbolico, che “si esercita tramite una seduzione cui le vittime stesse contribuiscono”. Sono queste il vero male da fronteggiare, il cancro da arginare e tenere sotto controllo; la minaccia su cui discutere per trovare alternative valide e sensate: sono queste il nostro vero bersaglio che deve farsi politica. Tramite la loro politica commerciale, le grandi imprese di produzione e distribuzione (anche e soprattutto culturali) hanno da tempo innescato un processo di omologazione globale, che annienta i localismi e uccide le diversità identitarie. Attraverso il loro sofisticato marketing selvaggio (pubblicità, media, nuove tecnologie), hanno messo letteralmente in scacco le società contemporanee, provvedendo sistematicamente ad un loro immobilismo politico, ad una loro inaudita impotenza e indifferenza, ad un annebbiamento inconsapevole, che le sospinge ineluttabilmente verso una condizione che Pierre Bourdieu definisce “infantile”.

Che ci crediamo o no – in quelle che ancora ci ostiniamo a chiamare democrazie (piuttosto dovremmo chiamarle col loro vero nome, e cioè plutocrazie[1]) – come cittadini aventi diritto di voto non abbiamo più alcuna voce in capitolo: il nostro potere politico legato ad esso è stato espropriato del suo significato effettivo, e così ha finito per perdere la sua efficacia all’ombra “dell’intrattenimento mediatico”. Fra gli altri, uno dei pochi “micropoteri” (poiché diffusi e messi in atto a livello del quotidiano) che forse ancora disponiamo a nostro favore – e che potrebbe cambiare gli scenari di mercato e quindi sociali – è il potere di consumo. Per inciso, il governo invisibile dei potenti, assieme alla loro susseguente ricchezza, deriva fondamentalmente dal fatto che il nostro agire sociale, in questo mondo globalizzato, si caratterizza, per la maggiore, nel nostro agire consumistico (forse l’unico nostro “status” effettivamente riconosciuto è quello di essere loro “clienti”, loro “consumatori”; il ché esclude, ovviamente, tutti gli altri diritti fondamentali).

Constatato ciò, dovremmo dunque attivare questo importante micropotere adottando uno stile di vita che sappia sabotare quel genere di acquisti che non nuocciono solamente alla nostra salute, ma alla salute delle nostre intere comunità (sia su scala micro che macro). Parlo di un tipo di consumo – come ad esempio il consumo alimentare – che debba maggiormente rivolgersi ad una produzione propria, più locale, auspicabilmente genuina, e dove i prodotti possano derivare da un’origine preferibilmente più controllata; ma, soprattutto, una produzione che eviti di vivere alle spalle dello sfruttamento lavorativo, incentivato, nella maggior parte dei casi, da organizzazioni di stampo criminale. Solo un tipo di consumo più responsabile e sostenibile – sicuramente più caro e oneroso agli inizi sotto diversi aspetti (tempi, costi, sacrifici umani, meno accessibilità e meno visibilità dello stesso) – può sovvertire le attuali – e dominanti – regole del “gioco invisibile”. (Ovviamente, il consumo alimentare è solo un esempio trai i tanti tipi di consumo. Un consumo sostenibile, infatti, può essere agito responsabilmente in diverse sfere che pertengono questo specifico campo sociale).

Dovremmo avere più coscienza del fatto che l’attuale “consumatore postmoderno” ha un ruolo che va ben oltre l’essere solo attore e spettatore, ed è tale da coinvolgerlo a trecentosessanta gradi. E’ un performer sotto molti punti di vista, è un vero e proprio attore sulla scena del consumo; è, in altri termini, “un consumatore di prodotti culturali, dotato di competenze che gli consentono di diventare produttore egli stesso e, pertanto capace di attivare processi di significazione[2]”.

Infinite Consumption

Infinite Consumption

De Certeau vede il consumatore come l’uomo ordinario, l’uomo senza qualità, che attraverso un uso imprevedibile dei prodotti, che gli vengono imposti dal sistema economico dominante, gioca con l’ordine sociale che lo sovrasta. In altri termini possiede un potenziale produttivo in grado di sovvertire le regole del “gioco dei potenti”. Dunque, ad una definizione generica di consumo “razionalizzata, espansionistica e al tempo stesso centralizzata”, dovrebbe seguire oggi quella di “un’attività astuta, dispersa, che però si insinua ovunque, silenziosa e quasi invisibile”[3].

Uno strumento nelle mani dei consumatori, che ha stravolto le rigide piramidi elaborate dal fordismo, è l’uso delle nuove tecnologie che permette di pensare “in rete” sviluppando forme d’intelligenza collettiva e ammorbidire le rigidità produttive, così da personalizzare in certi casi le singole produzioni. Ma non è solo la tecnologia a funzionare da mediatore delle socializzazioni delle idee: ci sono anche le comunità. Ossia le formazioni sociali che nascono attorno ad un’idea comune, e che da questa idea, generano significati, emozioni, valori economici, modelli di business, filiere produttive. A tal proposito un esempio calzante è lo Slow Food, che nasce intorno all’idea seminale riguardante la qualità del mangiare e del vivere. Tali concezioni diventano idee guida per produrre, lavorare e consumare. Forniscono una visione trasversale di ciò che è stato definito consumo creativo, estensione operativa del consum-autore (Antonella Golino, 2011[4]).

Dunque, essere protagonisti del proprio consumo può essere uno dei tanti modi per restaurare la vera politica dei cittadini. Cioè, citando Bourdieu: “rimettere in campo il pensare e il fare politico, trovando per quest’ultimo il giusto punto di presa, situato ormai oltre lo Stato nazionale, e i suoi mezzi specifici, non più riducibili ai conflitti politici e sindacali ristretti entro i confini degli Stati nazionali. […] A livello europeo, nella misura in cui le imprese e le organizzazioni europee costituiscono un elemento determinante delle forze dominanti su scala mondiale, occorrerebbe la costruzione di un movimento sociale europeo unificato, capace di tenere assieme i molti movimenti (alternativi e di resistenza all’egemonia delle forze dominanti) divisi sia su scala nazionale che internazionale”.

In conclusione, bisognerebbe cominciare una volte per tutte a diffidare da tutto ciò che va sotto il nome di “mondializzazione”, perché non è il prodotto di una fatalità puramente economica, ma di una politica consapevole e deliberata, anche se per lo più ignara delle conseguenze. Questa politica, continua Bourdieu, “pesca senza vergogna nel lessico della libertà, liberismo, liberalizzazione, deregolamentazione, e tende ad assegnare un potere fatale ai determinismi economici, liberandoli da ogni controllo e sottomettendo governi e cittadini alle forze economiche e sociali così «liberate»”.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Sangu meu

Il postmoderno è uno storyteller in riva al mare

[1] La plutocrazia (dal greco “πλουτοκρατία – plutocratìa”, composto di “πλοῦτος – plùtos”, ricchezza, e “κρατείν – krateìn”, potere) è il predominio nella vita pubblica di individui o gruppi finanziari che, grazie alla disponibilità di enormi capitali, sono in grado d’influenzare in maniera determinante gli indirizzi politici dei rispettivi governi. (Cfr. Treccani)

[2] M. Sorice, Il consumo performativo. Media e identità dei consumatori mediali, in (a cura di) E. Di

Nallo, R. Paltrinieri. Cum sumo. Prospettive di analisi nella società globale op. cit., p. 211.

[3] M. De Certeau, L’invenzione del quotidiano, op. cit., p. 7.

[4] Antonella Golino, Consumo, postmodernità, responsabilità sociale. Uno studio empirico sul farmer’s market in Molise, 2011.

Bibliografia di riferimento

Pierre Bourdieu, Controfuochi 2, per un nuovo movimento sociale europeo, manifestolibri srl, 2001.

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