routine

Per Edna, ad un palmo d’oceano

A casa, da qualche parte…

Ogni giorno è la solita solfa. Apri gli occhi e pensi “Non ho alcun impegno oggi, che mi alzo a fare? A che pro?!”, così cerchi il tuo secondo cuscino, sparito chissà dove durante la notte, e che solitamente abbracci in mancanza d’altro (o di qualcun altro/a?) … A tentoni lo ritrovi, lo ghermisci e te lo avvolgi addosso; concluse queste goffe operazioni, in un calore che non sapevi di poter sprigionare, ti rimetti a dormire. Dopodiché ti alzi, più infuriato di prima, e prepari la tua consueta colazione: un caffè solitario e qualche biscottino, giusto per rimettere in moto le mandibole e il ricordo di un gusto (almeno, a prima mattina, ci si può concedere qualcosa di piacevole). Fatto questo, ti metti a sedere: i tuoi gesti, e i movimenti che ne conseguono, sono diventati tutti così tremendamente automatici. Non sai mai che giorno è: la linea di confine tre ieri e oggi pare l’abbiano abolita. Mentre la tazza fumante di purga mattutina è al tuo fianco, il suo calore si dipana, e con tutta la sua disarmante tranquillità ti svela una routine che è diventata quasi quasi angosciante: uno schermo elettronico, apparentemente inerme, illumina artificialmente il tuo viso, che risulta spento. Sembra che l’unico amico fidato rimasto, che voglia sentire quelle tue elucubrazioni di prima mattina, sia quel povero PC, che soffre ogni giorno con te, gracchiando in continuazione con quelle sue ventole asfissiate per il duro lavoro. Dunque quell’aggeggio, macchinoso e spompato, è diventato – sempre a quanto pare – l’unica tua distrazione, l’unica tua finestra sul mondo, e tu, per questo, non puoi farci assolutamente nulla.

Per mondo intendo un mondo pieno zeppo di opportunità, grondante di occasioni imperdibili, di paesaggi esotici “lontano da qui”; un mondo dove puoi essere finalmente te stesso (l’”essere finalmente qualcuno”, invece, lo lasciamo tranquillamente a qualcun altro – qui assolutamente non ci interessa). Perché se provi un attimino a dare uno sguardo fuori, dalle finestre di casa tua, non penso riuscirai a vedere qualcosa di interessante; forse vedrai uno dei paesaggi più belli sul pianeta terra, pennellato qua e là da qualche simpatica collinetta, o da delle montagne maestose, o ancora dall’inconfondibile eterno movimento del mare… Ma oltre a questo, non vedrai assolutamente più nulla: ogni tanto c’è un anziano passante che sputa in terra e che parla al vento; qualche minuto più tardi ce ne sarà ancora un altro che passa, che saluta anche lui con la manina, e che disquisisce volgendosi ad un autentico deserto sociale: quando a prima mattina non senti più in giro le scorribande di bambini che urlano e si fiondano nelle scuole, vuol dire che è finita; significa, per usare un eufemismo, che il tuo paese è già morto e sepolto, o forse – per essere proprio buoni – è in dirittura d’arrivo, e tu, anche qui, per tutto questo, non potrai farci molto.

Ti riaffacci così a quella finestra che potrebbe darti un input salvifico, un lampo di genio, e “sfogli” prontamente le diverse notizie che si caricano, ad un velocità supersonica, sulle pagine virtuali dei giornali: un eterno disastro. Articoli ridondanti, brutti (con sequele d’immagini di brutta gente sempre ritratta con quegli occhietti pregni di squallide connivenze), deleteri (assieme, gli articoli e quella brutta gente), incomprensibili, che non ti servono praticamente a nulla, se il tuo intento – correggimi se sbaglio – è solo quello di comprendere un tantino come funziona quel mondo che speravi di esplorare. Tutti quegli “specialisti” che scrivono e che parlano per te, e che pretendono di sapere per te, sono solo pagati per appannarti la mente, in misura maggiore di quello che già vivi normalmente – “Un’eccessiva informazione, sembra, è uno dei migliori stimoli a dimenticare”; non dimentichiamolo mai. Allora, annoiato come non mai, controlli le tue email: “messaggi in arrivo”… Nulla. Refresh di pagina, non si sa mai… Ancora nulla.

Sei da mesi su questo tuo atavico PC e avrai inviato una cosa come quaranta, cinquanta candidature, quasi ogni giorno. Il problema fondamentale, che la generazione che ci ha preceduto non potrà mai capire, è che non basta inviare il nostro solito CV, la nostra unica “carta d’identità argomentata” che ci presenterà all’ignoto. No, non basta. Dobbiamo diventare tante persone differenti quante sono differenti le destinazioni che vogliamo dare a quelle nostre candidature: un lavoro massacrante, oltre che ingiusto e auto-denigratorio: una specie di legge razziale verso se stessi (perché, per molte candidature, bisogna necessariamente mentire, togliere deliberatamente qualcosa, ritoccare delle informazioni qua e là, essere meno specializzati e ancor meno formati di quanto siamo realmente, altrimenti, udite udite, “costiamo troppo!”, e nessuno avrà voglia di assumerci). Ma se fosse solamente per il CV, il sacrificio lo si può anche fare: ti prepari una bella cartella e organizzi le diverse tipologie di CV in base ai possibili lavori che cerchi. Il problema ulteriore, come se non bastasse, è che bisognerebbe – per sperare di essere minimamente presi in considerazione – corredare il nostro resume con tanto di lettera motivazionale: in altre parole dobbiamo ridurci ad una pagina sintetica, scriverla ultra-convincente da ogni angolazione (noi siamo fighi, il nostro interlocutore è figo = saremmo troppo fighi se lavorassimo insieme, che ne dici? Si può fare?), e scriverne delle altre, ripetutamente, sempre differenti una dall’altra, per infine aspettare, sì, aspettare, indefinitamente… Aspettare che qualcuno, da qualche remota oscurità, abbia solamente la premura – e l’educazione – di inviare qualche segnale.

Allora, dato che fino ad oggi avrò collezionato decine e decine di lettere, e decine e decine di CV, di volta in volta modificati, differenziati, in base alla pluralità di circostanze che sono venute fuori, ho deciso di inserire – in tutte le differenti versioni del mio CV – il mio ultimo impiego, quello cioè più caratterizzante di tutti; quello che designa, più di ogni altro, la nostra bellissima e perduta generazione: IL LAVORO DEL CERCARE LAVORO. Ma da quando ho deciso di inserire questa mia ultima e fruttuosa e davvero appagante esperienza, le risposte hanno incominciato a scarseggiare ancor di più, se non ad annullarsi, vicendevolmente, come se fosse in palio un tentativo ancestrale di raggiungere affannosamente la mia posta elettronica: tanto era urgente il loro appassionato desiderio di cercarmi e contattarmi che questa loro frenesia le ha estinte tutte, si sono polverizzate in un miasma rissoso, e a me, finora, non è pervenuta alcuna notizia – semmai ne fosse sopravvissuta una. Visti dunque i tratti eclatanti di questa tragedia, che non ha nessunissima intenzione di cessare nel breve periodo, ho cominciato a preparare la valigia e a contattare mondi molto più lontani da questo paese, e la mia casella di posta elettronica, così, dal nulla, ha incominciato timidamente a rinvenire, dopo un lunghissimo stato comatoso: da quelle parti saranno sicuramente più pacati, ho pensato; sapranno certamente organizzare al meglio i flussi delle candidature e, in un paio di giorni, voilà, ecco che ti spuntano le risposte vittoriose che ti riportano la gioiosa notizia di candidature sopravvissute; più risposte di quante ne immaginavi. Incredibile! Con sorpresa, tali risposte risultano molto educate e dichiarano, chi l’avrebbe mai detto, di essere interessate al tuo “inaspettato” (per loro) interessamento: fra non molto nascerà una storia d’amore, pensi stranamente gratificato.

Quello che volevo dire però, preso atto della realtà più vera del vero, è che andare via dal proprio paese non deve essere una necessità forzata, ma solamente una scelta di vita, tutta intimamente personale. Ovviamente quest’affermazione, oltre che scontata, lascia il tempo che trova. E allora, alla luce di queste ultime considerazioni, emerge ancor di più il vivido contrasto generazionale che molti a più riprese negano. Bisogna ammettere che le generazioni precedenti, con le loro azioni sociali volontarie e involontarie, non ci hanno lasciato molto in eredità. Neppure le briciole di quello che potevamo racimolare, a forza di volontà, in questi tempi bui (che dico: “tenebrosi”). A parer loro, sembra quasi normale che, col deserto di possibilità che si staglia all’orizzonte, debbano lasciar partir via i propri figli, lontano da casa, e noi diciamo “complimenti, davvero!” (Una domandina al volo: mi spiegate chi vi pagherà le pensioni? Da dove li andrete a prendere i “vostri” soldi?).

Chris Yakimov - unemployment

Chris Yakimov – unemployment

A tal proposito, ricordo, con una tale nitidezza di emozioni repulsive, una giornata di lezione per i “futuri specialisti della comunicazione pubblica” (cioè io con altri colleghi, i “clienti” di un’università privata ciuccia-soldi), in cui una vecchia sgualdrina (un’improbabile ghostwriter di un sindaco di un paese vattelapesca), venuta ad elargire le sue acclamate esperienze in fatto di vita e di carriera professionale, ad un certo punto incominciò ad agitarsi irrimediabilmente, puntando il dito su ognuno di noi (che in quel caso eravamo un campione altamente rappresentativo dell’attuale generazione giovanile italiana – dato che, in quell’occasione, la nostra provenienza toccava parti diverse della penisola –  per inciso, non ricordo perché iniziò ad accendersi in quel modo contro di noi; probabilmente qualcuno aveva accennato alla disastrosa situazione in cui i giovani d’oggi si barcamenano nella disperata ricerca di un lavoro precario, e da lì, la miccia di un suo perfido tacco, scalpitò!). “Voi non sapete cos’è il sacrificio!”, cominciò convinta. “Siete sempre stati abituati ad avere la minestra pronta, a lamentarvi alla prima occasione… Dovreste smetterla! Imparate ad assumervi le vostre responsabilità una volta tanto, e poi ne riparliamo! Noi, a differenza vostra, ce le siamo sudate le nostre carriere professionali: le possibilità non cadono dal cielo… Non pensiate che per noi sia stato tutto così facile come vi ostinate a ripetere sempre, ecc.” … E continuò così, in questo suo orribile sproloquio, per parecchi minuti buoni. Seguì un’accesa discussione tra le parti, lei contro noi: mai avevo visto una sfida generazionale tanto animata, sintomo palese che, chi ha torto, solitamente sbraita di più.

Ora, lungi da me ogni volontà avvelenata di generalizzare al massimo contro una precedente generazione, che per certi versi adorerò per tutta la vita (anche perché mi ha dato i natali :)), a quella signora, (di cui, non so perché, mentre parlava, ho serbato più il ricordo delle sue labbra voluttuose (!) che tutto il resto – compreso tutto ciò che di inconcludente aveva da blaterare), avrei voluto risponderle che sì, certamente abbiamo anche noi i nostri problemi; siamo annoiati dalla vita, viviamo in un deserto emozionale e, probabilmente, per eludere questo scenario, beviamo un po’ troppo, e forse ci droghiamo di più rispetto a tutte le generazioni precedenti – questa non è una giustificazione, sia chiaro. Solamente ci mancano delle prospettive, quel qualcosa che serve a “dare senso”. D’altra parte però avrei voluto anche risponderle, dal mio finto e acquattato silenzio osservatore (perché il piacere della vita, per me, consiste anche nell’osservare perpetuamente la realtà come un occhio vigile e vitreo), che noi, la nostra attuale e giovane generazione, che vive questi tempi liquidi, post-moderni o dopo-moderni (a seconda delle diverse accezioni e delle differenti scuole di pensiero), probabilmente siamo la generazione più responsabile di tutte le altre, al pari dei nostri nonni che, versando praticamente tutto il loro sangue, hanno liberato questo paese dal male più efferato… Le capacità di adattamento che abbiamo fin qui acquisito la loro generazione (sempre la generazione della ghostwriter) non se le sogna nemmeno, perché semplicemente non sa concepirle. Avrei voluto dirle che noi siamo nati e cresciuti in un mondo altamente globalizzato, ricco di stimoli, influenze diversissime, dove il rispetto per il “meticciato” che ne deriva è per noi pane quotidiano, e che sappiamo più facilmente interfacciarci alla diversità più di quanto sappiano far loro (a volte l’ostinata chiusura mentale di taluni soggetti è disarmante! Per fortuna non sono tutti così: ci sono anche le bellissime eccezioni, i nostri punti di riferimento – come dovrebbe essere normale per giunta); perché altrimenti, se non hai rispetto e non cominci a conoscere “il diverso” sei uno sfigato senza speranza, e non riuscirai mai a sopravvivere in questo mondo (soprattutto sopravvivere a te stesso); e che inoltre, abbiamo imparato a prenderci tutte le responsabilità di tutte le sfaccettature che questo cambiamento epocale poteva comportare, e che ancora comporterà, ad un ritmo velocissimo. A differenza loro, noi preserviamo un più alto grado di dimestichezza con la flessibilità, che per certi versi è a dir poco inaudita. Forse nessuno prima di noi ha cambiato così repentinamente vita da un giorno all’altro e più volte all’anno (solitamente, in passato, chi cambiava bruscamente la propria esistenza era per quella volta e per sempre). Noi siamo dei nomadi, non dei vagabondi che non sanno quello che fanno e non pensano sul dove stanno andando, e siamo fieri di esserlo. Siamo fieri della nostra “poligamia dei luoghi”, che ci consente di stabilizzare un’immagine di noi stessi indipendentemente dalla frammentarietà dei contesti che attraversiamo.

Probabilmente, ci siamo ritrovati a vivere in una contingenza del tutto particolare in cui, come diceva il caro zio Jeremy, in un suo famoso saggio intitolato “La fine del lavoro” (ah! per chi non lo sapesse, lo zio Jeremy fa di cognome Rifkin, ed è un personaggio davvero spassoso! Vi consiglio vivamente di leggerlo ogni tanto, saprà come non farvi schiodare da uno dei suoi lungimiranti saggi!), dicevo, un particolare periodo storico in cui calcolatori e robot sostituiranno sempre di più l’uomo in un numero crescente di settori produttivi; un fenomeno, questo, che non riusciranno ad arginare neppure le professioni emergenti: in questa economia globalizzata ogni Stato dovrà fare i conti con una massa sempre più consistente di disoccupati. Cioè, in altre parole, il lavoro non c’è più, e bisogna assolutamente armarsi di pazienza e pensare a nuove coordinante di senso e, soprattutto, a nuovi “discorsi” su come vogliamo cambiare questa nostra società (quindi è inutile che ci rinfacci di tutto, vecchia sgualdrina dalle labbra voluttuose; sicuramente il vecchio zio Jeremy ne sa più di te!) …

Quando penso a queste cose, a questo tema martellante oltremodo dibattuto che è il lavoro, e malgrado ciò, senza apparenti via d’uscita, penso sempre ad un libricino bellissimo, scoperto per caso in terra veneta, tempo fa. Questo libricino, intitolato “The abolition of work”, mi incuriosì alquanto, poiché riportava come data e luogo di pubblicazione l’anno della mia nascita e la capitale dello Stato di New York, Albany, città che personalmente ho conosciuto e calpestato con fierezza. Coincidenze bizzarre quindi, meritevoli, da parte mia, di un’assoluta attenzione. Il suo autore si chiama Bob Black, e personalmente ritengo che abbia scritto una delle chicche più sensate sul tema-lavoro che io abbia mai letto. Vi lascio al suo incipit, e anche al suo link virtuale (sono davvero poche pagine), in modo tale che, oltre a prendervi una meritata pausa dai vostri ripetuti e vani invii di candidature, possiate deliziarvi con questa brusca e rivitalizzante presa di coscienza.

Il libricino intero, rigorosamente in pdf, lo trovate comodamente qui. Io invece, come già accennato, vi conduco giusto al primo assaggino (grassetto mio)… À bientôt!

Nessuno dovrebbe mai lavorare. Il lavoro è la fonte di quasi tutte le miserie del mondo. Quasi tutti i mali che si possono enumerare traggono origine dal lavoro o dal fatto che si vive in un mondo finalizzato al lavoro. Per eliminare questa tortura, dobbiamo abolire il lavoro. Questo non significa che si debba porre fine ad ogni attività produttiva. Ciò vuol dire invece creare un nuovo stile di vita fondato sul gioco; in altre parole, compiere una rivoluzione ludica. Nel termine “gioco” includo anche i concetti di festa, creatività, socialità, convivialità, e forse anche arte. Per quanto i giochi a carattere infantile siano già di per sé apprezzabili, i giochi possibili sono molti di più. Propongo un’avventura collettiva nella felicità generalizzata, in un’esuberanza libera ed interdipendente. Il gioco non è un’attività passiva. Indubbiamente noi tutti necessitiamo di dedicare tempo alla pigrizia e all’inattività assolute molto più di quanto facciamo ora, e ciò senza doversi preoccupare del reddito e dell’occupazione; ma è anche vero che, una volta superato lo stato di prostrazione determinato dal lavoro, pressoché ognuno desidererebbe svolgere una vita attiva. L’oblomovismo e lo stakanovismo sono due facce di una stessa moneta falsa. La vita ludica è totalmente incompatibile con la realtà attuale. E allora tanto peggio per la “realtà”, questo buco nero che succhia la residua vitalità da quel poco che ancora distingue la nostra vita nella semplice sopravvivenza. E strano — o forse non tanto — che tutte le vecchie ideologie appaiano conservatrici, e ciò proprio in quanto tutte danno credito al lavoro. Per alcune di esse, come il marxismo, e la maggior parte delle varianti dell’anarchismo, la loro fede nel lavoro appare tanto più salda in quanto non vi è molto d’altro cui esse prestino fede. I progressisti dicono che dovremmo abolire le discriminazioni sul lavoro. Io dico che dovremmo abolire il lavoro. I conservatori appoggiano le leggi sul diritto al lavoro. Allo stesso modo dell’ostinato genero di Karl Marx, Paul Lafargue, io sostengo il diritto alla pigrizia. La sinistra è a favore della piena occupazione. Come i surrealisti — a parte il fatto che sto parlando seriamente – io sono a favore della piena disoccupazione. I trotskisti diffondono l’idea di una rivoluzione permanente. Io quella di una baldoria permanente. Ma se tutti gli ideologi, così come accade, sono a favore del lavoro — e non solo perché hanno in mente di far fare ad altri la parte di esso che loro compete — tuttavia sono stranamente riluttanti ad ammetterlo. Continuano a disquisire all’infinito su salari, orari, condizioni di lavoro, sfruttamento, produttività e profitto. Parleranno volentieri di qualunque argomento tranne che del lavoro stesso. Questi esperti, che sempre si offrono di pensare per noi, raramente ci renderanno partecipi delle loro conclusioni riguardo al lavoro, e ciò malgrado il rilievo che esso assume nella vita di noi tutti. Fra di loro arzigogolano sui dettagli. Sindacati ed imprenditori concordano sul fatto che sia necessario vendere tempo della nostra vita in cambio della sopravvivenza, benché poi contrattino sul prezzo. I marxisti pensano che dovremmo essere diretti dai burocrati. I “libertari” da uomini d’affari. Le femministe non si pongono il problema di quale forma debba assumere la subordinazione, purché i dirigenti siano donne. Chiaramente questi mercanti di ideologie mostrano un notevole disaccordo su come dividersi le spoglie del potere. Ma è ancora più chiaro che nessuno di loro ha nulla da obiettare sul potere in quanto tale, e che tutti costoro vogliono che noi si continui a lavorare. Forse vi state chiedendo se stia scherzando o parlando seriamente. L’uno e l’altro. Essere ludici non significa essere incongruenti. Il gioco non è necessariamente un’attività frivola, ancorché l’essere frivoli non significhi essere superficiali: molte volte è necessario prendere seriamente ciò che appare frivolo. Vorrei che la vita fosse un gioco, ma che la posta in gioco fosse alta. Vorrei continuare a giocare per sempre.”

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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commenti
  1. Edna ha detto:

    Our only chance for awakening from this vicious cycle, Alan Watts argues, is bringing full awareness to our present experience — something very different from judging it, evaluating it, or measuring it up against some arbitrary or abstract ideal. He writes:

    There is a contradiction in wanting to be perfectly secure in a universe whose very nature is momentariness and fluidity. But the contradiction lies a little deeper than the mere conflict between the desire for security and the fact of change. If I want to be secure, that is, protected from the flux of life, I am wanting to be separate from life. Yet it is this very sense of separateness which makes me feel insecure. To be secure means to isolate and fortify the “I,” but it is just the feeling of being an isolated “I” which makes me feel lonely and afraid. In other words, the more security I can get, the more I shall want.

    To put it still more plainly: the desire for security and the feeling of insecurity are the same thing. To hold your breath is to lose your breath. A society based on the quest for security is nothing but a breath-retention contest in which everyone is as taut as a drum and as purple as a beet.

    E dal cuore grazie 🙂

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