La politica e i giovani: lo sperimentalismo dell’Ente locale 

Pubblicato: dicembre 8, 2014 da Francesco Paolo Cazzorla in Economia e Politica
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AF-Villafranca-Verona

Nel saggio “I rischi della libertà”, il sociologo tedesco Ulrich Beck affronta l’ostica questione sul significato ultimo del termine modernità mettendo in luce come, al centro di essa, sia custodita un’antica – e al contempo attualissima – “fonte di senso” autonoma e vitale, identificabile nella libertà politica. Tale libertà, che prevede una «società dei cittadini», non comporta una crisi culturale, né tantomeno una caduta dei valori, bensì sancisce la cultura democratica di un individualismo universale che – trasformandosi in azioni e in vita quotidiana – mette in discussione i fondamenti della convivenza così come l’abbiamo intesa fino ad oggi.

In questo scenario, dove i giovani vengono identificati da Beck con l’espressione «figli della libertà», il discorso sulla caduta dei valori – ad essi solitamente associato – nasconde in realtà qualcos’altro: «ossia la paura della libertà, e anche la paura dei suoi figli, i quali devono combattere con i problemi del tutto nuovi e diversi posti dall’interiorizzazione di questa stessa libertà» (Beck, 2000: 42). Per questo motivo – così come per altri – i giovani hanno scoperto, per proprio conto, una cosa con cui possono gettare nel panico gli adulti: il divertimento, sia esso sotto forma di musica, di sport, di consumo o di semplice gioia di vivere. Ma, poiché – continua Beck – la politica per come essa viene praticata e rappresentata non ha nulla a che vedere con tutto questo – anzi viene percepita come nemica mortale del divertimento – i giovani possono sembrare impolitici, e tali essi stessi si considerano (2000). Tuttavia, nel loro essere impolitici c’è qualcosa di molto politico: «i figli della libertà si ritrovano e si riconoscono in una variopinta ribellione contro la monotonia e i doveri che devono assolvere senza apparente ragione e quindi senza partecipazione» (Beck, 2000: 44). Dunque, nel complesso, la sfera politica non appare in grado di garantire – diversamente dal passato – il raccordo tra istituzioni e mondo giovanile, in quanto fondata su valori e concezioni ideologiche e non su proposte concrete e finalizzazioni visibili (Ranci, 1992).

Mentre sino agli anni Settanta le politiche giovanili nel nostro Paese erano attuate in gran parte dalle strutture centrali dello Stato e del sistema politico, nei decenni successivi si verifica – in questo senso – una sorta di latitanza dello Stato, che tende ad aggravarsi a causa del mancato riconoscimento di un luogo deputato a occuparsi dei problemi attinenti il mondo giovanile (ciò che, diversamente, viene previsto in diversi Paesi europei). Tra gli anni Settanta e Ottanta, dunque, l’intervento pubblico verso i giovani, anziché concentrarsi sulla proposta di ambiti di partecipazione e di coinvolgimento diretto, cerca nuove forme – intraprendendo strade innovative – più vicine all’offerta dei servizi, creando opportunità direttamente fruibili dagli stessi. Come sottolinea Ranci, questo ruolo “di servizio” viene giocato in prima istanza non dalle istituzioni centrali quanto dall’ente locale – ed in particolare dalle Amministrazioni comunali – «nell’ambito di una più generale valorizzazione della loro centralità come luoghi deputati alla gestione delle politiche sociali»» (1992: 74).

Dal punto di vista normativo, la realizzazione e il consolidamento delle istituzioni regionali[1] – e l’accessorio riordino di competenze – forniscono agli enti locali la legittimità per intervenire in settori in un certo senso similari o particolarmente affini agli ambiti d’interesse giovanile, quali – ad esempio – lo sport, l’educazione, il tempo libero, la prevenzione del disagio, la cultura. Ma la legislazione che disciplina il trasferimento delle funzioni dal livello regionale al livello comunale, non consente di individuare con esattezza le responsabilità – né tantomeno le competenze – in seno all’ente locale nei confronti della popolazione giovanile. Questo spazio di indeterminatezza che viene a crearsi se da un lato consente agli enti locali inattivi di godere di una certa immunità in quanto non viene resa “obbligatoria” alcuna iniziativa, dall’altro permette alle amministrazioni più volenterose di agire in piena autonomia e con la massima flessibilità (Ranci, 1992).

Si apre così una nuova stagione favorevole allo sviluppo – prettamente locale – di politiche giovanili propriamente dette, poiché finalizzate all’offerta di servizi rivolti a una fascia specifica della popolazione a cui, ormai, viene riconosciuto il diritto di rappresentanza e di espressione di bisogni. Tuttavia, queste esperienze innovative si concretizzano, realmente, solo laddove vi è una certa sensibilità per questo tipo di tematiche, e ciò si verifica solo grazie all’iniziativa e all’intraprendenza esercitata dalle amministrazioni locali di alcuni grandi centri del Nord – come Torino, Bologna, Modena, Provincia di Milano, Forlì, Reggio Emilia, Padova (Ranci, 1992; Mesa, 2006). Questi centri, strutturano e realizzano i primi progetti di intervento in favore dei giovani in una situazione, come ci ricorda Ranci, caratterizzata da diversi ordini di fattori (1992): la mancanza di una programmazione integrata; la scarsa presenza nell’amministrazione pubblica di una cultura della progettualità; la difficoltà nello stabilire precise responsabilità istituzionali – in assenza di una programmazione centrale dello Stato; la generale carenza di risorse e i forti vincoli finanziari posti all’autonomia locale; e in ultimo, la persistenza di una struttura organizzativa settoriale o poco flessibile. Quest’insieme di fattori concorrono – in maniera congiunta – a frenare di molto le iniziative effettivamente realizzate, che vengono quindi promosse solo – come già accennato – sulla base di un forte volontarismo politico e personale degli amministratori locali.

In questo contesto vengono concepiti e realizzati i cosiddetti “progetti giovani” che, promotori di una forma inedita d’intervento (Mesa, 2006), riescono a combinare azioni di vario tipo – cultura, sport, spettacolo, informazione, uso del tempo libero, programmi di prevenzione – nel tentativo di unificare i diversi settori di intervento dell’ente locale all’interno di una linea comune, cercando, al contempo, di favorire la rappresentanza dei bisogni e delle istanze giovanili. Come sottolinea Ranci «alla base di questa proposta sta l’intuizione che una risposta efficace alla questione giovanile presuppone l’integrazione degli interventi, l’adozione di un approccio unitario e complessivo alla problematicità, la predisposizione di una funzione politica visibile anche all’esterno che assuma la responsabilità complessiva del progetto» (1992: 75-76).

Tali progetti sono legati ad una fase pioneristica dell’intervento locale, presentandosi, inizialmente, come un intervento di reazione alla profonda frattura tra istituzioni e mondo giovanile, generatasi negli anni precedenti. In questo senso, vi è la volontà di ricercare una modalità inedita di relazione con i cittadini. Si tratta, infatti, di una politica senza domanda: non si «attribuisce alcun ruolo – né di domanda né di collaborazione – ad attori rappresentativi del mondo giovanile. È sempre l’ente locale a “suscitare la domanda”, più che il mondo giovanile a esprimerla e a rivolgerla all’ente locale» (Ranci, 1992: 79). Benché nella fase iniziale si presenti in maniera preponderante questo aspetto, tale da configurare i diversi progetti in senso “dirigistico” – a fronte di un clima culturale e politico ancora immerso nelle tensioni degli anni di piombo – tuttavia, comincia a segnalarsi un nuovo modo di operare dell’ente locale, che va oltre una funzione meramente repressiva o assistenziale.

Nel corso degli anni Ottanta, infatti, l’orientamento integrazionista e direttivo delle prime esperienze diviene meno accentuato (Ranci, 1992): il rischio e/o il timore di un’eccessiva istituzionalizzazione dei progetti incoraggia l’autogestione o la gestione coordinata tra amministratori locali e aggregazioni giovanili. In questo modo, i progetti si differenziano internamente, si articolano in diverse varianti puntando sull’intervento parziale delle amministrazioni, che viene privilegiato ad un intervento globale o “calato dall’alto”. L’ente locale, dunque, attua una politica che mira a coinvolgere risorse ed energie presenti nel contesto locale, riconoscendo – e al contempo salvaguardando – le differenze delle identità e degli obiettivi appartenenti alle organizzazioni già attive sul territorio e disponibili a collaborare. Questo si verifica, in particolar modo, nei centri di più ridotte dimensioni – quali ad esempio le amministrazioni comunali di Modena, Vicenza, Lucca, Lecco ecc. – caratterizzati da un tessuto sociale più omogeneo e meno frammentato rispetto a quello presente nelle grandi aree metropolitane. Tali centri, disponendo di risorse più limitate – e di un apparato amministrativo più debole – predispongono un’offerta di supporto e di assistenza alle iniziative private esistenti, assumendo una funzione di stimolo e di incentivazione alle iniziative concrete del mondo associativo.

A seguito di tali dinamiche, che vedono la co-partecipazione nella realizzazione di azioni ed interventi, si delinea sempre più la tendenza – a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta sino ad oggi – nel definire progetti limitati e mirati su specifiche aree problematiche, rendendo così marginale la scelta di istituire “progetti giovani” in luogo di programmi limitati temporalmente e settorialmente – ma chiaramente definiti nelle finalità quanto nelle modalità e negli strumenti attuativi. Riscontrata, dunque, una ri-organizzazione in tali senso, «la “qualità” delle iniziative non viene più misurata sull’estensione degli interventi, quanto sulle procedure e il metodo utilizzato, sulla capacità di adottare una progettazione flessibile e una politica non accentratrice. Pur perdendo di visibilità pubblica, e pur senza assumere l’alto profilo istituzionale dei primi “progetti giovani”, l’intervento locale verso i giovani guadagna forse in concretezza e operatività» (Ranci, 1992: 77).

Tra le molteplici forme di intervento, che sono state avviate da principio nell’ambito dei progetti giovani, quella che ha conosciuto un maggiore ed importante seguito è, a tutt’oggi, il centro Informagiovani (Mesa, 2006). Si tratta dell’unico servizio pensato per i giovani, diffuso – almeno per via teorica – su tutto il territorio nazionale, anche se, per l’appunto, bisogna sempre tener conto della disparità, a livello di macro-aree regionali, per quanto riguarda l’attivazione e l’implementazione di servizi rivolti alla popolazione giovanile. I punti di forza di questo specifico servizio fanno riferimento (Mesa, 2006): all’elevato livello di riconoscimento e istituzionalizzazione; alle sue caratteristiche peculiari, che consentono di occupare – trasversalmente – tutti i campi d’interesse dei giovani nonché di svolgere – a seconda della configurazione specifica del servizio – una pluralità di funzioni (ad esempio: informazione; consulenza; ascolto; facilitazione dei processi d’aggregazione; sostegno di iniziative e progetti promossi da giovani per altri giovani ecc…). Il successo che ha segnato negli anni l’Informagiovani – assieme ad una sua crescita costante – è stata assecondato da una tendenza – peculiare dei Comuni medio-piccoli – a delegare esclusivamente a tali servizi la gestione del rapporto tra giovani ed istituzioni (Mesa, 2006). Infatti, soprattutto in questi Comuni – dove regna incontrastata l’assenza di un progetto complessivo per i giovani – l’Informagiovani rappresenta l’unico intervento pubblico confacente le politiche giovanili.

Come rileva Ranci (1992), risulta evidente che la diffusione – dove è avvenuta – delle politiche giovanili locali non può essere spiegata solo – e semplicemente – facendo riferimento alla volontà politica di alcuni amministratori “illuminati”. Benché alcuni di essi si siano segnalati per la loro intraprendenza – nell’adottare iniziative così incisive da trovare in seguito terreno fertile di sviluppo – la politica giovanile da implementare deve anche rendere conto delle «sue implicazioni in termini di risorse da gestire, di delineazione dei processi decisionali, di significati politico-pratici che essa assume» (Ranci, 1992: 79). Diversi fattori, dunque, di natura politica, sociale e culturale concorrono per determinare, in un dato momento storico, l’attuazione di una politica giovanile che diventa, in questo modo, un’opportunità interessante e vantaggiosa per le amministrazioni locali. Quindi, in una fase di debolezza dei movimenti giovanili, questo tipo di interventi può fungere da utile strumento di consenso e di legittimazione alle classi politiche locali, nonché può configurarsi come un mezzo particolarmente efficace per ottenere – a basso costo – vantaggi politico-amministrativi non indifferenti (Ranci, 1992).

Nuovo_DSC_2456-1D’altra parte, però, c’è da considerare come la logica tradizionale di funzionamento dell’ente locale non riconosca, al suo interno, una specificità di interessi e di bisogni alla popolazione giovanile. Proprio per questo motivo, lo sviluppo di una politica giovanile – che sappia rispondere al meglio ai nuovi bisogni emergenti – dovrebbe prevedere un maggiore coinvolgimento del potere locale nella programmazione e nella gestione del sistema di welfare (Ranci, 1992). Difatti, a meno che l’attenzione rivolta ai giovani non venga soddisfatta per via indiretta – mantenendo il vecchio modello attraverso l’assolvimento di competenze istituzionali, rivolte formalmente a tutta la popolazione – l’ente locale, introducendo il “parametro giovanile”, deve assumere un maggiore controllo sulla programmazione delle iniziative e sull’allocazione delle risorse. In questo modo, potrà sviluppare capacità nuove – non rientranti negli adempimenti procedurali delle competenze istituzionalmente previste – per soddisfare aspettative e bisogni particolari e per rispondere, al contempo, alla richiesta di servizi qualitativamente più moderni. Ecco perché – rispetto al passato – nelle esperienze più fruttuose ed innovative, si sono sviluppati interventi a carattere meno assistenzialistico, incentrati soprattutto sul campo culturale. Come precisa Ranci, «le politiche giovanili emergono nell’alveo di una maggiore sensibilità degli enti locali e dei servizi territoriali verso le tematiche del tempo libero e della prevenzione sociale. Di qui anche la caratterizzazione essenzialmente culturale e aggregativa degli interventi per i giovani, ma anche il carattere talvolta effimero delle iniziative avviate» (Ranci, 1992: 80).

Vista quindi la mancanza di un intervento centralizzato da parte dello Stato, possiamo affermare che l’evoluzione delle politiche giovanili in Italia sia stata – e lo è tutt’ora – la storia di progetti e di interventi locali, nell’ambito dei quali il ruolo dei Comuni ha avuto un’importanza centrale, pur cambiando significativamente nel corso del tempo. Sul piano della governance (Mesa, 2008), si può dire, in definitiva, che le politiche giovanili abbiano rappresentato per i Comuni un utile terreno di sperimentazione di un ruolo più attivo – e quindi propositivo – nell’attivazione di interventi sul territorio.

In parallelo alla crescita dell’associazionismo e del terzo settore, il ruolo delle amministrazioni locali si è in un certo senso evoluto, passando dalla gestione diretta di servizi alla sperimentazione di forme di intervento co-gestite o affidate a terzi. Difatti, le leggi innovative in campo sociale, introdotte alla fine degli anni ’90 (L.285/97 e L.328/00), recepiscono pienamente la funzione di programmatore dell’ente locale, a cui viene ulteriormente attribuito l’importante compito di facilitare i processi partecipativi tra partner locali. Naturalmente assieme alle luci – in ragione di un maggior dinamismo caratterizzato dal ruolo dell’ente locale in termini promozionali – le ombre: la fase che si è aperta con l’istituzione dei Piani di Zona ha anche mostrato – e continua a farlo – le insidie legate alla dimensione locale della pianificazione, tra cui il concepimento – e la definizione – di un’agenda “debole” che, talvolta, mette in disparte le fasce giovanili, poiché ritenute poco emergenziali (Mesa, 2008).

Agli occhi dei giovani, si sa, la politica rischia di non essere più niente. Il suo farsi sociale può coesistere con la capacità di indicare qualcosa che valga la pena di pensare e sentire, ancor prima di provare a realizzarlo. Altrimenti prevarrà la figura di quella società stanca, in crisi di crescita e in deficit di risorse umane in grado di governare il futuro (Bonomi, 1997).[2]

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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[1] Tramite il D.P.R. 24 luglio 1977 n. 616.

[2] Bonomi, 1997 cit. in Tomasi L. (a cura di), Il rischio di essere giovani: quali politiche giovanili nella società globalizzata?, Milano, Angeli, 2000.

Bibliografia di riferimento

Beck U.,

2000, I rischi della libertà. L’individuo nell’epoca della globalizzazione, Bologna, Il Mulino.

Mesa D.,

2006, L’incerto statuto delle politiche giovanili in Colombo M., Giovannini G., Landri P. (a cura di), Sociologia delle politiche e dei processi formativi, Milano, Guerini Scientifica.

2008, Il ruolo dell’ente locale nell’evoluzione delle politiche giovanili in Italia in Colombo M., (a cura di), Cittadini nel welfare locale: una ricerca su famiglie, giovani e servizi per i minori, Milano, Angeli.

Ranci C.,

1992, Le politiche per i giovani in Italia, in Neresini F., Ranci C., Disagio giovanile politiche sociali, Roma, Nis.

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