Una repubblica fondata sulla rendita (immobiliare)

Pubblicato: ottobre 8, 2014 da Federico Stoppa in Economia e Politica
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Fabrizio M. - Senise

Fabrizio M. – Senise

Casa, edilizia, cemento. Nell’immaginario comune, il futuro economico dell’Italia passa ancora da questo trinomio. “Se non si riaccende il motore delle costruzioni, l’economia e l’occupazione non ripartono” scrive Paolo Savona sul Sole 24 Ore (14/09/2014), raccomandando alle banche di destinare all’edilizia i soldi prestati dalla Bce. Del resto, i dati economici riguardanti il settore assomigliano a bollettini di guerra: occupazione giù di 500mila unità dal 2008, compravendite di case in calo, valori immobiliari in picchiata, maggior tassazione, mutui erogati col contagocce e sempre più costosi. Affitti che si mantengono cari e invisibili al fisco, nonostante cedolari “secche” scomputate dall’imponibile Irpef.

In questo contesto, vengono approvati decreti legge come lo Sblocca Italia, che fanno della retorica della “semplificazione” e della rimozione dei vincoli normativi all’attività edilizia gli strumenti del rilancio economico. Si punta tutto sulla deregolamentazione, sul lasciar fare, nella speranza che ritornino investimenti e fiducia. Ma lasciandoci guidare solo dall’ansia di fare, dalla fretta,  rischiamo di compiere errori fatali.

Abbiamo un vuoto di memoria. Ci si è dimenticati di chiedersi perché le nostre città sono in queste condizioni; perché abbiamo un mercato degli affitti così rigido e una mobilità della forza lavoro così bassa; insomma: ci si è dimenticati di esplorare le ragioni profonde della nostra stagnazione economica.

L’arcano è svelato da una parola che in Italia è diventata tabù: rendita. La rendita, secondo la teoria economica, è la remunerazione che va a chi possiede un fattore produttivo non riproducibile, scarso. Più quote di reddito nazionale si intasca la rendita, meno è possibile far crescere profitti industriali e salari, veri motori dell’accumulazione di capitale. Gli economisti classici – Smith, Ricardo, Marx – ne erano consapevoli, e ne raccomandavano la tassazione. In Italia, la rendita percepita da proprietari di aree fabbricabili e costruttori si è sempre mantenuta su valori lunari, gonfiando i prezzi degli immobili e degli affitti. In nessun settore industriale è stato possibile ottenere quella mole di profitti.  Nessun settore – come quello delle costruzioni – è stato così tanto aiutato dal settore pubblico, con incentivi, detassazioni, deroghe ai piani regolatori. Nessun settore è stato così tanto sovvenzionato dal credito bancario, che vi ha sempre visto una fonte facile (e poco rischiosa) di introiti.

Fin dal dopoguerra, abbiamo lasciato che a decidere la traiettoria di sviluppo spaziale delle nostre città non fossero il decisore pubblico e la collettività, ma gli interessi particolaristici dei privati. Abbiamo tutti praticato il ballo del mattone con spensieratezza, incuranti delle conseguenze. La casa è diventata, per le famiglie, un bene d’investimento per ottenere rendite. Poco importava se intanto si perdeva potere d’acquisto sul lato della produzione (vedi il crollo dei salari), o se l’indebitamento con le banche cresceva.

Anche le imprese del primo capitalismo italiano (Fiat, Falck, Pirelli), messe in crisi dalla concorrenza internazionale, hanno ripiegato sulla rendita differenziale immobiliare, mettendo a frutto le trasformazioni d’uso di intere parti di città conseguenti alla rivoluzione terziaria degli anni Ottanta e Novanta ( cfr. Tocci, 2009).

Tutti abbiamo praticato il ballo del mattone, insomma, trascurandone i costi ecologici e sociali, ora così evidenti. I costi sociali e ambientali di una cementificazione selvaggia di campagne e coste, di un abusivismo edilizio capillare. I costi sociali conseguenti alle speculazioni edilizie che rialzavano artificialmente i prezzi delle case e svuotavano i centri storici. I costi sociali ed ecologici di città sempre più disperse nell’hinterland, a corto di infrastrutture sostenibili, dipendenti dall’automobile, svuotati di spazi pubblici e relazionali che non siano i non luoghi del consumo.  I costi economici e sociali di istituti finanziari che invece di premiare l’economia dell’innovazione hanno continuato a sovvenzionare miopicamente la rendita.

Avremmo potuto evitare tutto ciò? Si, se avessimo avuto un’amministrazione pubblica diversa, meno connivente con gli interessi del blocco edilizio. Se avessimo avuto il coraggio di applicare seriamente le coraggiose leggi urbanistiche di Bottai, Sullo, Bucalossi. Se avessimo tassato pesantemente la rendita; elevando gli oneri di urbanizzazione da destinare agli investimenti in infrastrutture e spazi pubblici, invece di mantenerli a livelli scandalosamente bassi, o di utilizzarli per gonfiare le spese correnti dei Comuni. Se avessimo riformato la legge sull’equo canone senza smantellarla e  se avessimo investito massicciamente in edilizia pubblica, come succede in altri Paesi e come pure eravamo stati capaci di fare con il Piano Ina-Casa nei Cinquanta. Ma ci siamo limitati a complicare il quadro normativo in modo che Stato, Regioni e Comuni litigassero su questa o quella competenza.

Oggi, invece di puntare tutto sull’immateriale, sulla conoscenza, sul consumo zero di suolo, sulla rigenerazione urbana, perseveriamo col cemento. Cioè con la crescita stupida, non inclusiva e insostenibile. Dio fa impazzire coloro che vuole perdere, dicevano i latini.

Federico Stoppa

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commenti
  1. vincesko ha detto:

    Bell’articolo, come al solito!

    L’Italia è un Paese governato dagli immobiliaristi, dai costruttori edili e, soprattutto, dalle banche.
    L’edilizia speculativa (o abusiva) è, in effetti, anche figlia dell’assetto normativo.
    Occorre agire su tre direttrici:
    a. la prima, emanando una rigorosa legge sul regime dei suoli, basata su tre pilastri: la prevalenza dell’interesse pubblico; la titolarità esclusiva pubblica delle scelte attinenti al governo del territorio; la pianificazione, in coerenza con i benchmark europei;
    b. la seconda, realizzando un piano corposo di edilizia residenziale pubblica di qualità (sovvenzionata, convenzionata e autocostruita), molto carente negli ultimi 25 anni in Italia rispetto all’UE28 (ed ora sollecitata persino dall’ANCE, anche per vendere gli appartamenti invenduti);
    c. la terza, attuando un piano di rottamazione edilizia.

    La lobby dei costruttori edili, degli immobiliaristi e delle banche, infatti, ha anche ostacolato – direttamente e indirettamente – la costruzione di alloggi pubblici. Negli ultimi 25 anni se ne sono costruiti meno di 1/10 dei Paesi di confronto. Dal rapporto della CIES 2012 (tab. 3.4, pag. 101), si ricava che, nel 2009, la spesa per l’housing sociale (case popolari) è, in Italia, appena dello 0,02% sul PIL, contro lo 0,57% della UE27, lo 0,75% della Danimarca, lo 0,65% della Germania, lo 0,20% della Spagna, lo 0,85% della Francia e l’1,47% della Gran Bretagna, con un rapporto tra questi altri Paesi UE e l’Italia, rispettivamente, di 28,5, 37,5, 32,5, 10, 42,5 e 73,5 volte: sono dati che parlano da soli e costituiscono un vero scandalo!

    La proprietà della casa, a ben vedere, o un affitto agevolato (affitto sociale) sono spesso per milioni di persone percettrici di redditi bassi e/o precari ciò che fa o potrebbe fare – ancor più in questo periodo di crisi economica che sarà dura e lunga almeno 15 anni – la differenza tra un’esistenza difficile ma economicamente sostenibile e la povertà o la miseria.

  2. Federico Stoppa ha detto:

    Grazie per il preciso e articolato contributo. Occorre diffondere il più possibile queste idee, in modo che tornino ad occupare un posto di rilievo nel discorso pubblico italiano.

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