L’evoluzione delle politiche giovanili a livello europeo

Pubblicato: aprile 19, 2014 da Francesco Paolo Cazzorla in Cultura, Economia e Politica
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Middlestep - Stefano Frosini Foto

Middlestep – Stefano Frosini Foto

In Europa si cominciò a parlare di uno sviluppo di politiche per la gioventù, in senso proprio, soltanto verso la fine degli anni Sessanta. Prima di allora, infatti, gli interventi avevano specificamente riguardato – e quindi sostenuto – le tradizionali politiche educative e del lavoro. A ribaltare questo scenario accorse una profonda mutazione culturale dei servizi e dei programmi di intervento, che impose un approccio integrato, multisettoriale e orientato ai fabbisogni dell’utente, per rispondere “a tutto campo” alla domanda di inserimento sociale espressa dalle giovani generazioni.

I primi interventi a livello europeo si ritrovano nel 1972 con l’istituzione, da parte del Consiglio d’Europa, della Fondazione e del Centro Europeo della Gioventù a Strasburgo. Questi due organismi avranno lo scopo di promuovere iniziative europee di carattere culturale. Tali iniziative – di tipo transnazionale – assumeranno nel corso del tempo varie forme: esperienze di scambi culturali con giovani di altre nazioni; viaggi-studio in istituti scolastici e atenei esteri; stage presso aziende estere; esperienze di volontariato europeo ecc… In questo modo, da soggetti indistinti, i giovani divengono un target di politiche specifiche – e quindi utenti di servizi a tutti gli effetti – non solo in rapporto alla loro condizione di studenti o lavoratori, ma anche in riferimento, nel complesso, alla loro condizione sociale.

Dunque negli anni Settanta e Ottanta le risposte – prevalentemente del sistema politico – si concentrarono sulla concessione, ai giovani, dei diritti e delle prestazioni tipiche del complesso di cittadinanza moderno, prevedendo l’elargizione di risorse che avrebbero comportato la loro integrazione sociale, mediante servizi appositamente progettati. In quello stesso periodo, però, ci furono importanti cambiamenti che cominciarono a riguardare – da allora in avanti – un generalizzato distacco dei giovani dalla vita politica e civile. Questo scollamento sociale fu interpretato – e rappresentato anche da varie ricerche – come un riflusso nel privato, da parte delle giovani generazioni, che cominciò a mostrare i suoi primi segnali dopo il definitivo tramonto della fase storica precedente. Quest’ultima – rilevante per la protesta studentesca del ‘68 – fu segnata, com’è noto, dall’ipotesi, tutta giovanile, di poter trasformare in maniera radicale la società. I giovani, quindi, dopo un periodo caratterizzato da un forte impegno politico, ripiegano nella dimensione privata mostrandosi pragmatici, attenti allo studio e all’inserimento lavorativo, ma anche – e questo si rileva decisivo – apatici, narcisisti e indifferenti. Si assiste, in questo modo, ad un cambiamento di prospettiva: al centro delle preoccupazioni dei policy maker non sono presenti solo – e soprattutto – le problematiche dell’occupazione e dell’erogazione di servizi sociali; quello che allarma le opinioni pubbliche di tutta Europa è un costante – e sempre più accentuato – distacco dalla partecipazione sociale, che comporta una progressiva non-condivisione dei valori fondanti del “complesso della cittadinanza”. Saranno proprio questi mutamenti significativi che contribuiranno ad innescare la più recente riflessione europea sulla politiche giovanili.

Il 1985 fu proclamato dall’ONU anno internazionale della Gioventù e rappresentò, per la Comunità Europea e per gli Stati membri, un importante momento di sensibilizzazione. In quello stesso anno, infatti, il Consiglio d’Europa promosse la prima Conferenza Europea dei Ministri responsabili per la gioventù che, in conclusione dei lavori, approvò un documento che impegnava gli Stati membri ad istituire un Consiglio Nazionale della Gioventù, indipendente ed autonomo. In questa direzione fu compiuto uno dei primi passi verso i percorsi di partecipazione che si riveleranno, con il passare degli anni, uno dei cardini fondamentali delle politiche giovanili in Europa. In riferimento a ciò, il cambiamento di rotta – e la chiave innovativa delle politiche in favore dei giovani – consiste nell’attivazione di processi che facilitino, per l’appunto, la partecipazione dei giovani alle decisioni che li riguardano, anziché in un “pacchetto” determinato di diritti di cittadinanza da tutelare.

Dopo alcuni anni, nel 1990, la conferenza permanente dei poteri locali e regionali d’Europa adotta la “Carta di partecipazione dei giovani alla vita municipale e regionale”. Questo specifico documento, traccia gli indirizzi di riferimento per lo sviluppo delle politiche giovanili a livello locale, puntando sul valore strategico della città come luogo di iniziazione dei giovani alla partecipazione attiva alla vita pubblica. Dunque, in definitiva, anche a livello locale – così come in precedenza era stato auspicato a livello nazionale – viene prevista la costituzione di organismi di rappresentanza giovanile con lo scopo di accogliere modalità e forme di coinvolgimento, caratterizzate da gradi diversi di istituzionalizzazione.

Negli anni successivi, vengono avviati diversi programmi strutturali riguardanti la Gioventù sulla scia di quelli già implementati. Ad esempio: il programma a cadenza triennale “Gioventù per l’Europa”, lanciato per la prima volta nel 1989, viene riproposto – e quindi prorogato – fino ad attivare nel 2000 il nuovo programma “Gioventù”. Quest’ultimo include tutte le azioni finalizzate alla promozione dell’istruzione e della formazione informale divenendo, in questo modo, il principale programma non settoriale di politiche giovanili dell’Unione Europea. Sempre questo stesso programma comprende, tra gli altri, il Servizio Volontariato Europeo (SVE), istituito dalla Commissione Europea nel 1996 con «lo scopo di valorizzare le esperienze d’apprendimento interculturale dei giovani attraverso attività di volontariato di medio-lungo periodo a beneficio delle comunità locali» (Mesa, 2006: 114).

Nel 2001 viene redatto il “Libro bianco della Commissione Europea, un nuovo impulso per la gioventù europea”, che costituisce il nuovo documento programmatico d’indirizzo delle politiche giovanili a livello europeo. Tale documento rappresenta, inoltre, il momento di sintesi degli elementi raccolti in un lungo e articolato processo di consultazione di rappresentanze di giovani a livello comunitario. Frutto, dunque, di una consultazione durata quasi un anno, il Libro Bianco analizza somiglianze e differenze della gioventù europea (qui intesa come classe di età compresa tra i 15 e i 25 anni). Le somiglianze fanno riferimento sia agli avvicendamenti sempre più frequenti tra lavoro e studio, che ad un ritardo – sempre più marcato –  dell’accesso all’occupazione e della formazione di un nuovo nucleo famigliare. Le differenze, invece, riguardano la cosiddetta de-standardizzazione dei percorsi di vita giovanile e la conseguente “individualizzazione” dei percorsi di crescita.

A questo proposito, si sottolinea come il contesto sociale non riesce più a svolgere – o comunque lo fa in maniera diversa rispetto al passato – le funzioni di integrazione sociale. In modo particolare, le istituzioni politiche sono considerate chiuse ed autoreferenziali rispetto alla partecipazione e, inoltre, le forme associative tradizionali non sembrano più essere adeguate alla nuova condizione giovanile. Per questi – e per altri motivi – vengono ricercate, da parte dei giovani, forme di partecipazione più individualizzanti e meno formalistiche. In definitiva, l’analisi della condizione dei giovani è considerata fondamentale per la costruzione della cittadinanza europea, cioè del suo sistema di diritti e doveri e – in particolar modo – della sua identità.

A seguito di tali considerazioni, si può evidenziare come il Libro bianco sia strutturato in due differenti sezioni: nella prima vengono, per l’appunto, individuate le caratteristiche della condizione giovanile europea che, per il livello di problematicità ad esse correlate, si profilano come delle sfide da affrontare a livello politico; nella seconda parte, invece, si fa riferimento alle priorità delle politiche giovanili da perseguire su scala europea (Commissione Europea, 2001).

  • Le sfide individuate nel documento si rifanno principalmente a tre questioni: il problema del riequilibrio dei rapporti intergenerazionali a seguito del’invecchiamento pronunciato della popolazione europea; il problema del coinvolgimento dei giovani alla vita delle istituzioni pubbliche, con particolare riguardo al livello sovranazionale; il problema dell’integrazione dei giovani in società europee dai tratti sempre più pluralistici.
  • Per quanto concerne invece le priorità, esse delineano, nel complesso, la proposta di intervento della Commissione, che si indirizza principalmente verso due linee direttive: la prima prevede l’applicazione del metodo aperto di coordinamento nel campo più specifico della gioventù;[1] la seconda auspica una maggiore considerazione – e dunque un miglior inserimento – della tematica della gioventù all’interno delle altre politiche.

Inoltre, tra i temi ritenuti pertinenti all’ambito della gioventù – e che si prestano quindi al metodo di coordinamento prima citato – la Commissione Europea propone: la partecipazione, il volontariato, l’informazione, il miglioramento delle conoscenze sulla gioventù da parte dei poteri pubblici (Commissione Europea, 2001). In merito a ciò, come sostiene Mesa, «più che individuare obiettivi e strumenti innovativi, dunque, il Libro bianco ridisegna le azioni delineate dai programmi europei esistenti entro un quadro organico di priorità di interventi» (2006: 116).

In conclusione, dopo aver tratteggiato – per linee generali – l’evoluzione degli interventi per i giovani a livello europeo, si può cogliere sempre di più la progressiva definizione di un quadro transnazionale che, da un lato, pone come finalità di fondo lo sviluppo della cittadinanza attiva nelle politiche giovanili e, dall’altro, continua a prevedere – come suo metodo principale – la promozione della partecipazione dei giovani a tutti i livelli di governo. Quest’ultima considerazione comporta, nello specifico, un’attenzione particolare per quanto concerne il coinvolgimento attivo a livello transnazionale, dove è previsto il consolidamento di una struttura di consultazione di giovani su scala europea, a completamento di quelle già previste a livello nazionale e locale. «A livello comunitario ciò produrrà, a sua volta, un incremento del livello di accettazione delle istituzioni dell’Unione Europea da parte dei giovani. Quindi, la partecipazione dei giovani è un dei diritti sociali che l’Unione Europea dovrebbe rafforzare» (Iard, 2001).

 

[1] Il metodo aperto di coordinamento – in questo caso facendo riferimento alle indicazioni del Libro bianco – consiste in una modalità specifica per promuovere la cooperazione e lo scambio delle pratiche migliori, concordando obiettivi e orientamenti comuni agli Stati membri. Tale metodo, inoltre, prevede il regolare controllo dei progressi compiuti per il conseguimento degli obiettivi comuni, consentendo agli Stati membri di comparare le proprie iniziative e di trarre insegnamento dalle esperienze altrui.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Fonte: Queste Itituzioni

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