Le lande della transizione difficile

Pubblicato: febbraio 4, 2014 da Francesco Paolo Cazzorla in Cultura
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Gonzalo-Landas

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I potenti della terra, i farabutti (e brutti), i cacciatori di capitali il cui unico intento è arricchirsi senza mai vedere la fine sono ormai sull’olimpo della grettezza, e da li su, pressoché indisturbati, comandano i loro mercenari affamati, che avanzano pilotati verso di noi, silenziosamente, sterminando le nostre vitali lande identitarie, passando per tutti i palazzi o l’erba del mondo: truffano, corrompono, cooptano, rapiscono e deridono il nostro, ultimo rimasto, spirito umano e solidale: ci stanno letteralmente prosciugando, e noi cominciamo ad avere sete, una secchezza rassegnata. Andiamo a tentoni cercando disperatamente le ultime gocce di risorse rimaste, e, a pieni palmi, stiamo cominciando a toccare letteralmente il fondo, sul serio.

Le idee sono ridondanti e non hanno più una direzione. C’è un bla bla insignificante che serve solo a spillare soldi all’audience, quei pochi quattrini  che ancora sono rimasti nelle tasche sporche e rovesciate. Le nette distinzioni, i confini confortanti, non ci sono più: è tutto morto e tremendamente desolato: lo scenario vero è un’immensa distesa polverosa. Siamo entrati in un pensiero-labirinto circolare, accessibile quasi a tutti e, ciononostante, siamo incapaci di fissare dei punti fermi, familiari: si procede solo per blandi tentativi, e se quello che è stato appena compiuto non è andato a buon fine si ritorna ancora indietro, per tentare ancora una volta un’altra nuova via.

La speranza a tutto questo però vive nella condivisione dei saperi di ognuno, nelle specifiche differenze che attualizzano le esperienze passate e cementate nelle nostre menti, e che danno ogni giorno i loro frutti potenziali, le possibilità di un riscatto da lacrime. Questa condivisione è composta da mini-sistemi che nascono all’occorrenza, in base alle circostanze, e che operano in maniera innovativa per far fronte alle contingenze che saltano fuori come funghi: l’umido si ramifica e fa emergere molteplici e sofisticati bisogni sociali, chi più chi meno.

La verità è che ci sono tanti bisogni inevasi e tutto questo rimane lettera morta perché si cercano le risposte in sistemi lenti e ultra-burocraticizzati, dove la miopia del non-intervento (soprattutto per mancanza di risorse) dipende da sistemi di pensiero desueti, non più rispondenti alla sfuggente e veloce realtà. Occorre invece un pensiero fluido, che possieda un bagaglio ben accessoriato, in cui gli attrezzi, congeniali alle singole situazioni, siano complementari e lavorino assieme, sempre. Lo spirito di collaborazione dunque farà la rete, pazientemente la tesserà, e tutti sapranno gestire, nelle loro singole competenze, la cultura comune del coordinamento necessario. Al contrario, essere convinti di riuscire a farcela sempre da soli fidandosi del proprio istinto e battagliando alla disperata davanti alla celebrazione del denaro è roba da incapaci: questi personaggi perderanno sempre, in partenza, oppure diverranno anche loro irrimediabilmente dei mercenari, il ché è lo stesso.

Il vero senso è il saper costruire insieme, confrontarsi, dibattere, scannarsi, trovare delle comunanze longeve ma pur sempre pronte a trovare quello spirito di adattamento capace di vederci chiaro. Ormai è lampante a tutti che ci hanno fatto le scarpe: i ricchi si arricchiscono sempre di più e si auto-celebrano tirando una pista di riscatto post-frastuono sul fondoschiena della prostituta. La fetta bella massiccia e grondante della società che ne resta è invece preda dell’isterismo, associato a stress pre-immaginifico per il futuro che l’attende, vivendo una rassegnazione che mi ricorda il muschio irlandese, perché sì: il muschio in Irlanda è di un verde diverso, un verde che col tempo si è tramutato in rassegnazione. Pensare al complotto è ormai cosa passata. Il complotto è bello che passato, ma anche tutto compiuto se ci si vede attorno, e ormai, di questo immane sfacelo, non si possono che raccattare solo i frutti acerbi, quelli già spolpati dagli insetti arrivisti. La gente sta male, lo si nota, lo si percepisce, si incontra il malessere sociale ad ogni passo umano che s’incontri. E non va bene: il futuro non esiste più, non è manco più rischioso, o per essere buoni “incerto”.

Una transizione difficile vuol dire attraversare una strada trafficata e pericolosa, senza semafori né passaggi pedonali. Oppure attraversare un torrente impetuoso, con tante rapide e rocce scivolose, attraversarlo in un punto senza aver potuto ben valutare se sia quello più favorevole. Abbiamo paura perché prima di tutto, per passare, dobbiamo guardare bene dove siamo, e ci accorgiamo che partiamo da e con qualcosa che non è solido e che fa pensare «bene, posso staccarmi, ma se perdo anche questo dove vado?». Se sbaglio, se nell’attraversamento ci perdiamo, dove andiamo a finire? Abbiamo paura, una paura che ci rende anche difficile anticipare i processi che ci consentono il passaggio, cioè guardare dove mettere i piedi: dove le auto passano un po’ meno velocemente? Come riesco ad intrufolarmi in maniera tale da non essere investito? E ancora la paura ci fa vedere in modo confuso quel che c’è dall’altra parte. È vero che non sappiamo bene dove si può approdare, ma questo è inevitabile: ormai la nostra vita è fatta così; per tutto non sappiamo cosa ci riserva il domani: dalla nostra salute, alla nostra abitazione, alle nostre condizioni di lavoro. Ma essere consapevoli di tutto questo non toglie la paura. Si tratta allora di attrezzarsi per la transizione difficile: questo consiste nel riuscire a co-costruire un’organizzazione temporanea, che si agganci alle istituzioni esistenti, ma che sia anche differenziata e articolata diversamente, come una sorta di appendice, un elemento a parte che interagisce con le situazioni preesistenti ma che si differenzia, perché è orientata verso una progettualità integrata che le istituzioni normalmente al loro interno non riescono a realizzare: hanno barriere, vincoli, hanno paratie e compartimento stagno, che impediscono movimenti, possibilità, aperture: mantengono attaccamenti e permanenze.” (Manoukian, 2013).

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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