Reddito minimo e grandi speranze

Pubblicato: novembre 26, 2013 da Federico Stoppa in Economia e Politica
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Ha cominciato ad invocarlo il Movimento 5 Stelle durante la campagna elettorale per le politiche del 2013. Poi, hanno auspicato la sua introduzione anche il ministro del lavoro Enrico Giovannini e alcune associazioni cattoliche come le Acli e le Caritas. Stiamo parlando del reddito minimo garantito (RMG), uno strumento di contrasto alla povertà assoluta che prevede l’assegnazione di un minimo di base a tutte le persone che dimostrino di trovarsi in uno stato di privazione materiale.

Il RMG non va confuso con l’indennità di disoccupazione, che è finanziato dai contributi di lavoratori e imprese e che presuppone una carriera lavorativa. Né con il reddito di base o di cittadinanza, che invece spetterebbe a tutti i cittadini a prescindere da occupazione e reddito.

L’adozione di una qualche forma di RMG (vedremo che le proposte avanzate sono diverse) nel nostro Paese è ritenuta indispensabile per due ragioni.

Primo: si tratta di uno strumento che esiste in quasi tutti i paesi europei, tranne il nostro e la Grecia. Dal Sozialhilfe tedesco al Revenue de solidarité active francese; dall’Income support britannico al Droit a l’integration sociale belga, dall’ Ingreso minimo de insercion spagnolo al Rendimento Social de insercao portoghese; la forma cambia, ma la sostanza si equivale: si tratta di una prestazione monetaria erogata a tutti gli individui o famiglie che si trovano in una situazione reddituale e patrimoniale ritenuta insoddisfacente per procurarsi il minimo vitale (alloggio, cure, spese alimentari, vestiario). L’importo dell’assegno oscilla attorno ai 400-500 euro mensili per persona (integrati quasi ovunque con le spese per l’affitto, il riscaldamento, l’assicurazione sanitaria e i trasporti pubblici) e prevede maggiorazioni a seconda del numero e l’età dei figli a carico. Inoltre, al trasferimento monetario si accompagna l’obbligo, da parte dell’utente, di frequentare corsi di reinserimento sociale e lavorativo.

In secondo luogo, la questione della povertà in Italia è più seria che altrove. Sia il numero degli individui in povertà relativa che quelli in povertà assoluta è aumentato pericolosamente negli ultimi anni. L’Istat calcola che gli individui relativamente poveri – cioè con redditi e consumi inferiori al 50% della media, pari a 990 euro mensili per una famiglia di due persone- sono ben 9 milioni, mentre quelli assolutamente poveri – cioè non in grado di accedere ad un paniere di beni che consentono di condurre un tenore di vita minimamente dignitoso – 5 milioni. Da notare che queste persone si trovano soprattutto nelle famiglie con tre o più componenti. Sono giovani disoccupati e soprattutto bambini. Ma le misure assistenziali contro il rischio povertà, in Italia – come le pensioni sociali, l’integrazione delle pensioni al minimo, la social card – oltre ad essere, complessivamente, di entità inferiore alla media europea, riguardano soltanto la componente anziana della popolazione.

Le proposte di RMG di cui si sta discutendo nel dibattito politico italiano sono essenzialmente tre. Differiscono per i costi, oltre che per le denominazioni.

Il Movimento Cinque stelle propone un reddito di “cittadinanza” (che in realtà è cosa ben diversa): un contributo mensile di 600 euro per tutti coloro che risiedono in Italia da almeno due anni e che hanno redditi inferiori alla soglia della povertà. L’erogazione della somma è condizionata alla ricerca attiva del lavoro. Il RMG in salsa grillina costerebbe 19 miliardi di euro, e verrebbe finanziato, secondo il Movimento, da un contributo di solidarietà sulle pensioni più elevate (già bocciato da Consulta e dall’ultima finanziaria) e da una patrimoniale. Il che lo rende difficilmente attuabile. Un altro punto debole della proposta, su cui ha recentemente richiamato l’attenzione Maurizio Ferrera, è l’idea di affidarsi esclusivamente al criterio del reddito disponibile per assegnare il contributo. Ciò infatti rischia di andare a beneficio degli evasori.

Più fattibile la proposta della Commissione Giovannini di erogare un Sostegno di Inclusione Attiva (SIA) ai più poveri. L’ammontare del trasferimento monetario sarebbe pari alla differenza tra reddito disponibile del soggetto beneficiario e la soglia di povertà assoluta calcolata dall’Istat, e verrebbe accompagnato con politiche di riqualificazione professionale per facilitare l’ingresso  nel mercato del lavoro. La prova dei mezzi sarebbe effettuata tenendo conto della dichiarazione ISEE, che include anche la situazione patrimoniale familiare dell’individuo. Il SIA costerebbe 7 miliardi, che potrebbero anche essere dimezzati se venisse rivista tutta l’intricatissima giungla degli assegni familiari e delle detrazioni IRPEF, che spesso vanno a beneficio dei nuclei più ricchi.

EndingPoverty_cover-clipInfine, le Acli puntano ad introdurre, nel quadriennio 2014-18, un reddito di inclusione sociale (RSI) che verrebbe assegnato gradualmente a tutte le famiglie in povertà assoluta (circa 1 milione e 725mila). L’importo sarebbe pari – come nel caso del SIA – alla differenza tra reddito disponibile e soglia di povertà assoluta Istat. La spesa pubblica totale dedicata crescerebbe nel corso del tempo, fino a raggiungere, a regime (cioè alla fine del quarto anno), la cifra di 6 miliardi di euro l’anno. Uno dei vantaggi del RSI è che andrebbe a sostituire le  (poche) prestazioni di contrasto al rischio povertà vigenti che, come abbiamo visto, riguardano solo alcune categorie di persone e non brillano per efficacia. Inoltre, Il RSI verrebbe gestito a livello locale attraverso l’impegno sinergico dei Comuni, Terzo Settore, Centri per l’Impiego e altri soggetti. Infine, le fonti di finanziamento verrebbero da minori spese pubbliche (specie per pensioni d’oro, trasferimenti alle imprese, servizi generali) e da maggiori imposte su una manciata di voci (tabacchi, giochi e lotterie, patrimoni, successioni).

La sacrosanta introduzione del reddito minimo garantito nel nostro paese non deve però far dimenticare che il flagello della povertà non si aggredisce solo ex post, attraverso misure assistenziali e compensative (come i trasferimenti monetari), ma soprattutto ex ante,  con il potenziamento di servizi pubblici cruciali come istruzione e sanità e con l’implementazione di politiche macroeconomiche dirette alla piena e buona occupazione. E’ questa l’idea di Welfare State che avevano William Beveridge e Hyman Minsky, e che oggi avrebbe difeso, con ostinazione, il grande economista Federico Caffè.

Federico Stoppa

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