Che cos’è questa crisi e come provare a uscirne

Pubblicato: novembre 15, 2013 da Federico Stoppa in Economia e Politica
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IL MARZIANO DISORIENTATO

Un marziano sbarca sul continente europeo e accende la Televisione. Sente che la Banca Centrale Europea (BCE) ha abbassato il costo del denaro allo 0,25%, e che continua ad inondare di liquidità le banche europee. Ascolta che, dal 2011 ad oggi, il governatore della banca centrale ha erogato un trilione di euro al sistema bancario europeo. Spegne la tivù e scende in strada. Si trova in Italia. Parla con la gente. Gli dicono che le imprese chiudono perché le banche non danno credito, e perché non c’è domanda dei loro prodotti. Che lo Stato deve alle imprese circa 50 miliardi di euro, e non li può erogare. Che molti dipendenti non ricevono da mesi gli stipendi. Il marziano apre un giornale qualsiasi. Legge: disoccupato un giovane su due sotto i 25 anni.  Si guarda in giro: vede strade dissestate, parchi pubblici fatiscenti, case, ospedali, scuole che rischiano di crollare ad ogni alluvione o terremoto, beni culturali sfigurati, anziani che annegano nella loro solitudine, giovani anime che vagano senza una meta. A questo punto si ferma a riflettere. Si chiede come sia possibile che le imprese falliscano quando grandi quantità di denaro vengono stampate e prestate a costo zero. Stenta a credere che venga tollerata una disoccupazione così alta, quando i beni pubblici cadono a pezzi ed esistono bisogni sociali insoddisfatti dappertutto.

LA POVERTA’ IN MEZZO ALL’ABBONDANZA

keynesAl marziano bisogna chiarire il paradosso della povertà in mezzo all’abbondanza, una caratteristica peculiare del nostro sistema economico. Il primo a parlarne in modo organico fu John Maynard Keynes nella sua Teoria generale dell’Occupazione, dell’Interesse e della Moneta (1936).  Secondo l’economista britannico, il fenomeno della disoccupazione è causato dalla debolezza della domanda di beni di consumo ed investimento da parte di famiglie, imprese e amministrazioni pubbliche. La disoccupazione è una malattia che si manifesta più facilmente nelle comunità ricche e sperequate, che in quelle povere.  All’aumentare del reddito della popolazione, infatti, una quota sempre minore di questo viene speso in consumi, mentre la parte rimanente è destinata al risparmio. E quasi mai il risparmio si traduce interamente in domanda di beni capitali e forza lavoro, ovvero in investimento capace di garantire la piena occupazione. Il motivo, afferma Keynes, è che noi viviamo in un’economia monetaria di produzione, dove, contrariamente ad un sistema di baratto, vi è un particolare elemento che si frappone  tra la percezione del reddito e la spesa dello stesso: la moneta. In più, gli individui prendono le loro decisioni d’investimento in condizioni di radicale incertezza riguardo al futuro, affidandosi più a componenti viscerali della natura umana (gli animal spirits) che a calcoli ragionieristici. Tali animal spirits sono soggetti a continue ondate di ottimismo e depressione. Durante i periodi di crisi economica – quando le aspettative sul futuro sono particolarmente negative –  la moneta costituisce così un bene rifugio sicuro, dove conservare i propri risparmi in attesa di tempi migliori. Essa, a differenza di altre merci, gode di diversi privilegi: ha costi di mantenimento nulli, è perfettamente liquida e non perde valore nel tempo. La moneta ci tutela da possibili perdite in cui potremmo incorrere se investissimo i nostri risparmi in qualche altra attività.

LA MONETA COME MERCE: IL DENARO PARTORISCE ALTRO DENARO

1216_keynes_updateLa moneta, nell’economia capitalistica, è una merce. Il suo prezzo è il tasso d’interesse. Il mercato in cui viene scambiata è il mercato finanziario. Chi la possiede accetta di prestarla solo in cambio di un’attività più remunerativa, sia essa reale o finanziaria. Per comprendere meglio tale meccanismo, Keynes invita ad assumere il punto di vista di una banca o di un altro grande intermediario professionale (fondi pensione, fondi d’investimento, società assicurative, etc), i grandi attori che gestiscono il denaro nel sistema capitalistico. Devono decidere se impiegarlo nel finanziamento a lungo termine di un’impresa, oppure se acquistare un’attività finanziaria (titolo di stato, azione, obbligazione corporate, derivato) con ottica di breve periodo. Nel primo caso, dovranno immobilizzare quel credito nel proprio bilancio per molto tempo, con prospettive di guadagno incerte e comunque ritardate. Nel secondo caso, sanno che possono cedere (“liquidare”) quel titolo quando vogliono sul mercato, lucrando rendite elevate in brevissimo tempo. In un momento come questo, l’attività d’impresa è percepita come troppo rischiosa – per l’assenza di domanda di prodotti e quindi per gli scarsi utili che questo comporta – e quindi si preferisce ottenere profitti facili con la compravendita dei titoli nei mercati finanziari. Così, nonostante il denaro pompato dalle banche centrali nel circuito bancario sia abbondante, questo non si trasforma in investimenti ed occupazione ma resta fermo, partorendo altro denaro grazie al potere taumaturgico dei mercati: ci troviamo in quella specifica situazione che Keynes chiama trappola della liquidità“Fra le massime della finanza ortodossa, niente è più antisociale del feticcio della liquidità, la dottrina che sia virtù da parte delle istituzioni di investimento concentrare i propri mezzi sul possesso di titoli liquidi. Essa dimentica che non esiste liquidità dell’investimento per la collettività in complesso. Lo scopo sociale dell’investimento consapevole dovrebbe essere di sconfiggere le oscure forze del tempo e dell’ignoranza che avviluppano il nostro futuro. Invece lo scopo privato dei più esperti investitori di oggi è to beat the gun, mettere nel sacco la gente, riuscire a passare al prossimo la moneta cattiva  o svalutata”(TG, p.314)

USCIRE DALLA TRAPPOLA DELLA LIQUIDITA’

9788842072898Nella trappola della liquidità, il tasso d’interesse rimane ad un livello eccessivamente elevato – rispetto al guadagno atteso – per incentivare investimenti produttivi. L’unico modo per fare profitti è  la speculazione finanziaria. Lo sviluppo del capitale di un paese diventa così “un sottoprodotto delle attività di un casinò”(TG, p.345). Ciò è conseguenza dei “mercati di investimento liquidi, che con tanto successo noi abbiamo organizzato” (TG, p.346).  Ne deriva che l’unico modo  per uscire dalla crisi aumentando l’occupazione è quello di abbattere i tassi d’interesse che frenano gli investimenti produttivi, accrescere le aspettative di profitto degli imprenditori e aumentare la propensione al consumo della popolazione.  Nel vecchio schema utilizzato dagli economisti classici, si tratta di combattere la rendita (finanziaria) a vantaggio di profitti e salari. La nota ricetta keynesiana è quella di fissare ad un basso livello il tasso d’interesse – mettendo la banca centrale sotto controllo pubblico – e di finanziare così investimenti pubblici in deficit capaci di sopperire al vuoto di investimenti privati e assorbire la disoccupazione. Inoltre, per aumentare la propensione al consumo degli individui va redistribuita la ricchezza, attraverso una tassazione progressiva dei patrimoni e delle successioni, e uno sgravio fiscale sui redditi da lavoro. Infine, per attenuare la pericolosità della speculazione finanziaria, va tassata la compravendita dei titoli, in modo da incentivare gli investimenti con ottica di medio lungo periodo. O arrivare addirittura vietare tout court i capitali “impazienti”, cioè gli investimenti di portafoglio di breve termine. Un programma del genere, tanto radicale quanto necessario, per avere i suoi effetti deve essere attuato soprattutto a livello comunitario. Banca centrale come prestatrice di ultima istanza; emissione di titoli di debito pubblico europeo con cui finanziare progetti nell’ambito dell’energia, dell’ambiente, della mobilità sostenibile, della sanità, dell’educazione (Eurobonds); Tobin Tax; separazione tra banche commerciali e d’investimento.  Sono questi i punti fondamentali di un’agenda keynesiana, che però oggi, dopo decenni di ubriacatura neoliberista, appaiono lontani anni luce dalla mentalità e dalle priorità dei policy makers.

 

Federico Stoppa

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